lunedì 4 febbraio 2013

Le onde del mare, il ghiaccio dell'esistere, il sogno della vita

recensione alla raccolta di versi La quarta glaciazione (Campanotto, Udine 2012) di Giancarlo Micheli; pubblicata in Retroguardia 2.0 (Febbraio 2013)

 «XV. Tu che non ti sei piegata / Ai primi freddi della quarta glaciazione / Perché nel mondo interiore non vige legge di consolazione / Della termodinamica non vi si osservano i principi / Né una salomonica distribuzione / Dei delitti e delle pene / Tu che libera ti sei spogliata / Della negazione di questa vita / All'occhio che fiorisce infinito / Contemplando sovrano il mondo in sé / Appari nel disgelo di quest'ora / Fiore di loto dalla neve di Aprile» (p. 160).
 E' uno dei componimenti (il terzultimo) che chiudono questa terza e più complessa raccolta di versi di Giancarlo Micheli. La "quarta glaciazione" cui si fa riferimento è naturalmente quella contrassegnata dal fiume Würm in cui raggiunse il punto termico massimo di avanzamento dei ghiacci. Anche se avvenne nel Pleistocene, all'incirca 12.000 anni fa, è, in realtà, l'ultimo punto di riferimento umano nell'avvicendarsi di epoche calde e fredde nella storia del continente terrestre. E' inutile dire che quella della glaciazione è una metafora molto efficace della condizione umana nell'epoca della globalizzazione e della trasformazione in merce dei sentimenti, degli affetti, delle vite umane e della poesia che essi alimentano. Ma se tutto si limitasse o si riducesse a questo, la poesia contenuta nel volume lirico di Micheli non sarebbe altro che un esercizio sociologico di rabbia e di indignazione forse profetica, non un tentativo di esplorazione poetica delle frontiere superstiti o residue dell'umano. Come lui stesso aveva scritto precedentemente, in una lunga suite poematica intitolata Rivolta in cinque stanze e dedicata all'elenco delle doléances del presente:
 «4. In un arido settembre della quarta glaciazione / I miei libri mi trovano con facilità / Mentre in convivi e in adunanze / Un pullulare di polluzioni / Implica la schizofrenica povertà / Di chi vende prole e giorni ad esperimenti / Educativi in regime di mercato / Che è tutto quello che di libero rimane / Quando i funzionari dei beni culturali conferiscono licenze / Secondo i circoli viziosi della loro paranoia / Sacrosanta per cognizione del dolore dell'altro // Sarà scaltro peraltro a sua insaputa / II medico che fa la piaga pietosa / Per esosa mercede e compatibile / Alla dogmatica delle forme spurie / Quanto potrà essere onesto / Nel seguire la virtù / Profonda a misura del fiume sensibile / E fino al placido estuario della mente / Quando vi reca la cura della verità / Sarà oggi e non sarà domani / Quando avrà la gioia e l'eguaglianza / Di giustizia e di bontà / Umane per desiderio della vita / E consistenza di memoria / Nuova gloria che non affonda infine / Nell'onore di abissi di abiezioni // Pietre reiette di abusati paragoni / Giacciono a fondamento di superflue novità / Mercantili perché a dovere moltiplicata la dominazione / Di vili passioni locupleta gli ipocriti e chi mente / Per contraffatta pietà ed interessata ...» (pp. 104-105).
 La "quarta glaciazione" è, dunque l’"orizzonte degli eventi" della poesia di Micheli.
 All'interno della società attuale, il suo sviluppo apparentemente invincibile e la sua pervasività sono quelli di sempre. Ovunque, in essa, infatti, domina un inverno pesante e ottuso, fatto di corruzione e di miseria, di dolore e di morte, un panorama che non sembrerebbe lasciare spazio al futuro. L'orizzonte della poesia di Micheli è - lo si è già detto - un presente dilatato all'indietro fino ad inglobare il passato tutto dell'umanità. Si tratta di un panorama freddo, sconvolto, desolato quello che lo contraddistingue e dove domina la logica del profitto e dell'alienazione umana e da cui ci si può salvare soltanto attraverso la lotta, lo scontro frontale con esso, la volontà di non cedere e non assuefarsi ad esso. La forza che lo rende apparentemente invincibile è la morte di ogni speranza nella possibilità di rovesciarlo e cambiarne drasticamente le coordinate strutturali. L'arma migliore per contrapporsi all’"inverno dello scontento" che incombe e rende impraticabile l'orizzonte futuro dell'esistenza degli uomini, è, allora, il sentimento d'amore - l'unico sicuramente e globalmente in grado di "cambiare la vita".
 Come per i Surrealisti che restano pur sempre la bussola cui Micheli ama orientare il timone della propria poesia (e gli esergo che aprono le diverse sezioni che compongono il libro stanno lì a dimostrarlo), "trasformare il mondo" (marxianamente) non avrebbe senso se non fosse la stessa idea di esistenza umana a mutare radicalmente e profondamente (come è noto, è proprio questo lo scacco maggiore delle grandi procedure rivoluzionarie del Novecento ormai trascorso). La poesia militante che attraversa con toni tra l'accorato e il sarcastico il libro si coniuga, quasi sempre, con l'evocazione della passione d'amore. Il sentimento della rabbia e dell'indignazione per il "dolore del mondo" si trova pur sempre collegato all'evocazione delle persone amate come parentesi di felicità e di piacere nell'ambito di un'esistenza che sembra, ogni volta, scattare come una trappola per impedirne il dispiegarsi della passione e del sogno.
 «Io e te nasciamo in ogni istante / Quando abbandoniamo del tempo il pregiudizio / E rovesciamo il compito impartito / In tutto quello che è scambiato con l'amore / Al prezzo del pane quotidiano / Che hanno spezzato lungo le nostre schiene / Per venderci una doverosa gravità / Quella che ci confonde di chiarezza quotidiana / Di ossequio alle divinità di ciò che è stato / Le meglio presentabili e dal dubbio più esentate / Perché noi sappiamo anche il cattivo viso / Al di là del bene carnefice e mansueto / Che allestisce il gioco per le vittime predestinate / Noi destiniamo all'eternità la mente e il cuore / Gli elementi del sogno che si avvera / Sappiamo il gioco spietato della meraviglia / Sulle cui ciglia la lacrima è innalzata alla visione / Distinta dell'unità dell'anima nel caso / Dove il tempo si combina al desiderio / E ride ciò che è serio / E il volto è riconosciuto / Umano specchio che nel dio riflette l'animale / Finché all'infinito presente / Coniuga di noi gli occhi e le parole / E la felicità è alla portata del senso e della mano» (pp. 156-157).
 I due poli della produzione in versi di Micheli, dunque, la critica della società del presente e la violenza che esercita sui soggetti che la costituiscono e la via d'uscita da essa rappresentata dalla "rivoluzione a due" che avviene nel momento dell'innamoramento e poi della passione amorosa si congiungono sovente nel corso di lunghe esternazioni di tipo paratattico che sembrano scardinare il ritmo consueto della scrittura nella tradizione della poesia italiana.
 L'inanellarsi fitto e deciso delle situazioni descritte e delle passioni provate ha la (probabile) funzione di accentuare in senso dimostrativo e sovente narrativo quello che potrebbe sembrare il puro e semplice congiungersi delle parole nei momenti più a lungo usati (e spesso inutilmente abusati) della poesia lirica immessi nel loro significato come tradizionalmente viene indicato ed espressi. Per Micheli, allora, più che costruire una nuova "tradizione" della poesia a venire si tratta di verificare le basi e di ricostruire dalle fondamenta quella che c'è già.
 In effetti, nel suo stile di scrittura, non c'è sperimentalismo o plurilinguismo ostentati come armi distruttive del retaggio del passato quanto il rifugio in una lingua spesso ripulita da facili neologismi o mimetismi ostentati in senso corrivo e, quindi, facilmente consumati. In senso opposto rispetto alla riconduzione del linguaggio lirico all'andamento prosastico che sembra contraddistinguere molte esperienze della contemporaneità poetica, Micheli punta alla ricerca di un linguaggio non certo ermetico né "puro" (alla Mallarmé) ma sicuramente terso e liberato dalle incrostazioni più esacerbate, incitate e infette del consumo linguistico corrente.
 La sua lingua della poesia è quella di chi vorrebbe rimandarla ed esporla come un'etica della vita e ricongiungere, in un solo circolo esistenziale, critica dell'esistente infausto e retrivo e apertura verso l'utopia della libertà amorosa.
 Nelle cinque sezioni che costituiscono il tessuto lirico-descrittivo della poesia di Micheli, i diversi momenti che costituiscono il suo progetto di lettura del mondo che lo circonda si intrecciano e si articolano tessendo una tela di rimandi morali e di accensioni intime fino a rendere il loro ritmo incalzante e continuo come le onde del mare, tante volte evocate nei suoi componimenti, che si infrangono infaticabili sugli scogli che circondano i porti o la battigia in cui va a morire la spiaggia dalla sabbia innumerevole sempre rinnovata dal Tempo e sempre apparentemente uguale di fronte alle sue sollecitazioni pulsanti.
 Continue e poderose come la spinta candente delle onde marine, le lunghe emanazioni liriche della produzione di Micheli ritrovano una loro possibile sintesi finale nell’"armonia delle labbra e del silenzio" il cui tratto evocativo chiude il libro. Le parole della rabbia rimandano al silenzio del sentimento amoroso e si congiungono in un cerchio incantato in cui domina l'utopia del mondo senza il Male.
Giuseppe Panella
 

Giancarlo Micheli, La quarta glaciazione, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2012


recensione alla raccolta di versi La quarta glaciazione (Campanotto, Udine 2012) di Giancarlo Micheli; pubblicata in: Il Convivio (Anno XIII n. 4 Ottobre - Dicembre 2012 n. 51)
 
 L’opera di Giancarlo Micheli si propone come poesia sperimentale, che mantiene un interesse per il senso, per la poeticità, per il plurilinguismo. Rientra in una poesia estremamente interessante di cui in pochi oggi in Italia hanno dato dei frutti, ovvero una linea sperimentale che mantiene un senso nella poesia, in cui l’esperimento non è solo fine a se stesso. La poesia è dunque un fluire continuo, che si accosta al fluire della vita: «La vita è il balsamo unico / E l’imbalsamazione un balzo nella vita» (Del buio). Il cammino del poeta va alla ricerca della libertà, del secretum e per raggiungere questi obiettivi medita sulla realtà e su se stesso nella consapevolezza che «Nel volere ciò che non si è / consiste la libertà» (Conatus in suo esse perseverandi). La riflessione sulla vita avviene in uno status tra la realtà e la visione, tra la vita stessa, il sonno e la morte. Nella dinamica della raccolta il desiderio di libertà e la sua consapevolezza vengono spesso affiancati alla figura del vento che ha una rilevante occorrenza lemmatica e che si connette non solo con la libertà ma anche con la volubilità delle cose. Questo moto che ha come correlativo oggettivo il vento si ritrova nella prassi poetica attraverso il poema, che è uno degli aspetti modernissimi, e allo stesso tempo classici, di Giancarlo Micheli. Lo sperimentalismo poetico e la poesia modernissima dell’autore divengono classici, difatti nella stessa raccolta si ha la sintesi di come il classico, come lingua o struttura poematica, raggiunge lo status di contemporaneità. Il poeta sta appeso «alle fibre degli sguardi (Amore della prospettiva) e indaga il mistero dell’uomo: «Uomo è tanto bello vederti passare / Confuso alla nube dei tuoi giorni / Ché non so bene chi tu sia / Di che genere o da quale paese  / Tu sei un mistero da custodire / E non una conversazione / Da tenere in una stanza / Tra il tuo discorso e te» (Et consumimur igni). Il fluire poetico è percepibile non solo attraverso libere associazioni di idee e di immagini, ma anche attraverso il plurilinguismo e la mancanza, spesso, di segni interpuntivi che, tuttavia, non rende complessa la lettura ma l’agevola nei meandri della mente del poeta. Si presenta, dunque, un autore in viaggio eterno, alla ricerca di infiniti mondi possibili tra omerismo e le infinite possibilità che ricordano Leopardi: «Ho la mia nave / sulla quale i viaggiatori / prendono il sole nelle mani / tutte le volte che immagini / Le mura di Gerico / O una seconda opera / Lungo il tempo che fanno / Scegliendo ogni volta / La loro legge e il loro amore / In ragione dei quali esistono / Possibili in eterno». La quarta glaciazione di Giancarlo Micheli si presenta come diario mentale in cui al centro abbiamo la parola che ha un valore archetipico in quanto ogni lemma è essenziale. La varietà degli stilemi è un altro aspetto della raccolta come nel caso del poemetto in sequenza di sonetti Res accendent lumina rebus. La ricerca di verità e libertà, nel fluire delle infinite possibilità, rende l’uomo naufrago in «Un cedere del cuore / Nelle paratie del mare interno» (Naufraghi nel tempo), in cui si assiste al dilagare e all’osservazione del poeta.
Giuseppe Manitta
 



La quarta glaciazione


recensione alla raccolta di versi La quarta glaciazione (Campanotto, Udine 2012) di Giancarlo Micheli; pubblicata in Literary (n.9, settembre 2012)

 La molteplicità di ‘proposte’ poetiche rende difficile la sintesi, pur nella organicità dei testi raggruppati secondo una precisa struttura. La cifra stilistica tiene unite le escursioni formali, dal verso breve al macroverso d’impianto narrativo: due esempi alle pp. 46-49; e per il titolo cfr. Rivolta in cinque stanze. La scrittura è portatrice di una cultura a volte non denominata, ma certa per la sua peculiarità — supposizione da reperire nella Verklärte Nacht (A. Schönberg) o Lyrische Symphonie (A. von Zemlinsky). L’indagine va quindi operata testo per testo, per le numerose assonanze e analogie. Qui, si direbbe, interviene anche la rima – cfr. i sonetti della sezione Res accendent lumina rebus – con sottigliezze sonore, come la non comune rima siciliana in Psicagogiche rime (sconto | punto). La verifica fa sorgere nuove intuizioni che in Sinfonia vegetale condensano i tratti peculiari della raccolta, non ultimo lo spirito lirico filtrato da un fitto tessuto semantico.

La quarta glaciazione (Campanotto, Udine 2012) di Giancarlo Micheli


recensione alla raccolta di versi La quarta glaciazione (Campanotto, Udine 2012) di Giancarlo Micheli; pubblicata in: Literary (n.12, dicembre 2012)

 “Ai viventi sia dato di lasciarmi | Ovvero prendermi sul serio”, questo recita l’Epitaffio in effige di Giancarlo Micheli.
 In effetti il corposo volume edito da Campanotto, reso ancor più intenso da un set di caratteri tipografici piuttosto piccolo e dal flusso lessical-creativo-torrenziale dell’autore, risulta come un testo molto arduo all’esser metabolizzato e ancor più compreso, per taluni addirittura potrebbe risultare indigesto, per altri invece apparire come un’autentica miniera sapienziale.
 O lo si ama o lo si odia, del resto alla genialità non si comanda, da sempre.
  Quel che è certo è che affrontare lo spessore semantico di un’opera come La Quarta glaciazione nella cornice interpretativa di una recensione, suona più o meno come tentare di raffigurare le tele di Pieter Bruegel il Vecchio nello spazio di un francobollo.
 Non si può che effettuare incursioni e carotaggi, prelievi ematici a campione, per definire punti su una mappa di cui, a tratti, si stenta ad intravvedere la reale dimensione, nonché a determinare la raffigurazione scaturente dalle linee di congiunzione tra i medesimi punti vivi via via definiti, eventualità possibile in un futuro in cui si fossero accumulate un sufficiente numero di serie statistiche, per approssimazioni e indagini successive, letture e riletture che non tutti sono disposti a concedere, ma che pure si rivelerebbero, nella fattispecie, molto gratificanti.
  Molteplici sono le ragioni di tanta complessità: in primis una stratificazione concettuale che deriva da una variopinta giostra metaforica allestita con arte raffinata ed ironica, puntellata da riferimenti propri di un invidiabile sostrato culturale che mostra attitudini onnivore ed interdisciplinari (nuances mediche, assicurative, contabili ed economiche, fisiche, botaniche, astronomiche, matematiche, informatiche, linguistiche, mitologiche, inerenti l’arte della navigazione ed altre ancora, si distinguono nella costruzione lessicale potentemente aderente al gergo specifico); in secondo luogo una tecnica narrativa spesso frutto di un joyciano flusso di coscienza, apparentemente quasi alla deriva, faticoso da seguire come lo è, dal punto di vista computazionale, un’operazione di decodifica in tempo reale di un flusso di dati crittografati per una cpu non abbastanza performante, eppure affascinante nel momento in cui la sorpresa e la scoperta affiorano finalmente alla nostra comprensione (talvolta un po’ intimorita, tal’altra un po’ bistrattata) e, in ultimo, una punteggiatura quasi assente (soprattutto nell’interpunzione netta del punto, imputato in reiterato stato di contumacia) con l’aggravio del “vizio di forma” della maiuscola ad inizio verso, che un pochino favoriscono il fraintendimento del senso complessivo dell’architrave poetico.
 L’impressione generale è quella di trovarsi al cospetto di una mente multiversa nell’isocrono istante in cui qualcosa coglie la sua attenzione, una mente che indaga le iperboli del ragionamento come i lapilli di un fuoco d’artificio indagano l’oscurità, contemporaneamente a raggiera, che si fa fontana luminosa, tuttavia per lo più razionalmente disillusa, nella caducità del suo splendore che pure non è per nulla vano, in quanto capace di determinare ed acclarare fulgidi e compiuti esempi, nel senso iconografico del termine.
 Tale tipologia cogitativa non in ogni occasione si addice alla brevità tensiva dell’afflato lirico (ma questa, più che una critica, è una considerazione basata su un’aspettativa, una preferenza soggettiva), tuttavia, volendo per divertissement modellizzare la variabilità esplosiva e luminescente di questo pirico pensiero, se fosse un poligono potremmo dire che si tratterebbe senz’altro di un solido archimedeo quale l’icosidodecaedro troncato, oggetto che nello spazio tridimensionale si fatica a comprendere nella sua struttura complessiva, ma che ad uno studio attento, se svolto su una superficie piana, si scopre essere composto da una sorprendente regolarità variabile, quasi fosse il seme di una curva frattale (in effetti si tratta di un solido composto da 62 facce, divise in 12 decagoni, 20 esagoni e 30 quadrati, 180 spigoli e 120 vertici).
 Vale la pena di incamminarsi con umiltà, ed anche un po’ di sofferenza, lungo le calli impervie dell’opera di Giancarlo Micheli, lo spirito dovrebbe essere quello di un geologo spaziale che studia la stratigrafia di un meteorite provenuto da un altrove ignoto.
 Così facendo, destreggiandosi nel periplo di una invadente sensazione di inadeguatezza, si avrà il piacere di urtare gemme ustionanti di risvolti coinvolgenti, dai toni classici e liricamente cristallini, come “Non altro se non dire essere | Nello smorire dell’estate | Dentro la concava brace del cielo | Non altro | Nelle prime chiare sere d’autunno | Quando la luna s’impiglia | Nei tramagli delle nuvole | E attorno è un presentire | Una vaga pesca di incertezze | Come un pencolare di farfalle | Appese ai fili d’erba | Fino alla strada alzaia | Dove il muro dei passi | È scavalcato”, oppure dai colori elettroluminescenti, come nell’originale canzone intitolata Pelaganemonia in cui colpisce quel “Ha lasciato i saloni della regina | Le pareti coperte di muschio | Il palazzo riscaldato dal fuoco di madrepore | Il vento del mare porta la preghiera di Anfitrite | Oscura il cielo col sibilo di silfidi invisibili | Il vento del mare soffia l’ebbrezza nei polmoni”.
 L’anima prima del poeta è quella di un filosofo che si esprima in versi, sua l’attitudine a giungere alla sala in cui si tengono i balli degli epiloghi, motivandone talvolta i singoli gradini che compongono l’itinerario di avvicinamento, mentre altre volte lasciando, un po’ imprudentemente, patire al lettore la “sindrome da vittima del genio di Fermat”, stramba patologia che conduce l’ignaro leggente all’obnubilamento della vista interiore (quella emotiva o razionale a seconda degli stimoli in prevalenza suggeriti), senza compiacimento alcuno, pare, da parte dell’autore, eppure con la consapevolezza vigile di chi sa di parlare agli iniziati, tuttavia ritiene che l’impellenza espositiva e la democrazia evolutiva debbano tendersi la mano ad una mezza via che, sfortunatamente, risulta trovarsi comunque ubicata tra le turrite dimore dei Grifoni e gli spigolosi faraglioni delle temibili Arpie delle Terre di Mezzo.
 Ne è un esempio la lirica Poema del confine, oscura per buona parte e poi liberatoria nell’epilogo, come una vampa di luce improvvisa, pirica meraviglia, quasi giustapposta mannequin aliena al precedente contesto: “Ti ho donato un’arancia più avanti | Oltre Grado perché la qualità | Fosse al fine del nostro compimento | Un luogo che tiene nell’illusione del consistere | Prendila dalla mia mano | Che ha adesso dita liquide | E bagnala nella tua bocca”.
 “Tutto quel che è puro si contamina”, “E quand’anche tutto avesse mai bisogno | Di riscatto o compimento | Durante un transfinire di elementi | Che spoglia la dogliosa gioia di esistere | La vena della vita | È l’oro dell’uomo”, “Sterminiamo memoria | Sulle prode allicciate dal vento”, “È troppo relativo l’uomo | E pure l’artificio vuole | La sua sostanza umana”, sono solo alcuni dei versi che rischiarano le cuspidi di un pensiero complesso, e talvolta contorto, soprattutto quando i riferimenti e gli appigli cognitivi e culturali, ma anche divulgativi ed espositivi, come traversine di legno su una rotaia abbandonata, mancano per reciproca incomprensione o limite, nel sostenere il ponte leggero tra lettore e poeta.
 A questo proposito non si può non ritenere che il lettore debba essere messo in condizione di poter decifrare il senso complessivo di una sequela di matrioske logiche assemblate in maniera invidiabile, magari tramite qualche noticina a piè di pagina (oppure per mezzo di una solida prefazione ad inizio opera, qui assente piuttosto greve, con funzione che avrebbe potuto essere di sestante orientativo circa la collocazione dell’autore e della sua poetica nel panorama letterario contemporaneo), diversamente il suo disappunto, quello del povero lettore anzidetto, potrebbe farlo propendere per un giudizio sommario, e in questo caso, alla distanza, ingiusto.
 Tra il sostenere che “Nel volere ciò che non si è | Consiste la libertà | E la poesia è qualcosa in più | Anche sospendere semplicemente la volontà” ed il costringere il lettore, ma anche il critico esegeta, ad improvvisarsi padrone di doti divinatorie proprie di un aruspice dell’era tecnocratica, si ravvisa esserci una buona lacuna distanziale, che si vorrebbe fosse stata colmata.
 Talvolta il tono è profetico, esoterico, attraente nel misterico alchemico celare nell’evidenza, per cui ciò che resta è una sensazione di fascino atavico ed istintivo, come in Liriope e Narciso in cui “Giocare per mettere a rischio | Non solo se stessi | Unirsi al sottile equilibrio | Di Liriope e Narciso | Venire alla memoria di un altro | Unirsi in viventi corone | Di olimpica pace | Nel disprezzo del drago | E amorevole della sua nidiata | Di carne insidiosa | E riscattabile | Immagina a tua somiglianza | E già tocchi qualcosa | Un profilo di vento orientale | Una limpida luce | Montuosa di azzurra distanza | La durevolissima lenza | Per cui pesca il sole | Dalu buio alla terra | La seduce in eterno | Di apocalisse in danza”.
 L’autore indaga attraverso l’orecchio poetico perché è l’unico modo che conosce per mantenersi in equilibrio, equilibrio precario che va posto a garanzia di una sanità mentale che faticosamente si mantiene viva sotto i colpi di scure di un inestinguibile fuoco intellettivo che inocula dubbi: “Un giorno saprò chi è che mi scruta | Chi mi accerchia e se ha uno scopo | Saprò se sia moltitudine o individuo”, “Giacché le mie fondamenta sono d’aria | E nel fuoco il movimento mi dissolve | Polvere ritornerò e liquida brezza”.
 Feroci sono alcune invettive scagliate contro lo schema che il poeta intravvede nelle cose, siano esse parte di logiche umane o sovrumane (anche la patria viene vista come un concetto inconsistente e beffardo, in mano ai demiurghi sociali), talvolta sfiorando il delirio consapevole (e quindi liricamente efficace nella frammentazione tagliente dei suoi dardi impazziti), come nei passi in cui si urla: “Attendetevi le mutazioni inoltre | Non nel corpo dell’encefalo della cistifellea | L’emozione non sarà quella che è stata | Estesa all’asse dei tempi e del mondo | Sarà l’eone di una primavera | Non per le figlie e i padri | Non in quest’idea di gregge | Che la vostra precessione di vacanti | Sacrifica ed ossecra | Non nell’osso dell’ossimoro | Dato ai cani di provetta sensibilità | Perché lo riportino al buon padrone | O al buon pastore che ne mangia lo sterco | Perché il marciapiede non si sporchi | Non in tutto ciò di caduta | Oltre nel turbine che sibila | Tra il vento e l’elettrone | Niente a paragone del nonnulla | Che si dà ai mancanti da moneta | Per ripagar la pena di esser nati”.
 Il relativismo assoluto e sconcertante dimora un po’ ovunque, nulla ha un senso stabile, tant’è che poi qualche àncora occorre gettarla e lasciare una traccia di opere buone pare divenire un valido antidoto all’oblìo immaginato per il proprio sé un giorno, con ragionevole certezza, scorporato dalle sue vesti materiali: “E pensa se il tuo mancare | Togliesse nel suo abisso | Tutto ciò che è convissuto | a te di luci e ombre | Di immagini persone gesti e cose | E pure il resto che ti ha concepito | Tale mancare ad altri | Che a te non sarebbe | Pensa questo abbaglio | Più nero del buio che pensi | Riempi pertanto il mondo di virtù | Guarisci nel presente che in te nasce | E di ciò che manca non ti curare”.
 Qualche volta il senso di assurdità rasenta lo stucchevole (pare di assistere ad una scena dei Monty Python, non per nulla laureati ad Oxford e Cambridge, pur essendo poi divenuti celebri come comici), senza mai giungervi per la verità, e ci si trova nel piacevole imbarazzo dato dal tentare di decifrare quel che sembra uno scherzo musicale più che altro (pratica che piace molto al nostro, ed in cui eccelle nella metrica rimata, a schemi tradizionali od incrociati, in varie declinazioni), semanticamente parlando, come nei versi: “In complici moltitudini di consumatori | Consumabili finché ne hanno piaceri | Assimilati all’omertà del ministro | Intorno alle guerre sante e a quelle giuste | Fin dove la teoria marginalista | Digerisce la vita dirigibile | E precipita al finale inconsolabile | Dove con un gran rutto | Stacca la testa all’atomo”.
 Anche la religione deve di necessità passare per le forche caudine dell’ironia sagace dell’autore, come in Noumeni da baraccone, complesso passepartout multirefernziale ove il peccato pare quasi esser comandato, predestinato e cablato nel nostro Dna, ma non per questo, infine accettato: “Nello scontato giro dell’anima comune | trova spazio anche l’angustia | dell’infinita declinata serie | degli umani minimi declini. | Come Dio comanda verrò meno, | moltiplicato mi farò da parte, | in innumeri biologici refusi”, “senza esser messo a parte | dei segreti contabili del gioco”, perché “Quelli che contano sull’anima sanno | che avrò di nuovo un numero | e un posto nella satura serie, | in un serio numero da circo circuito | dall’impresario del circolare cosmo”, rappresentano amare constatazioni da cui il poeta si dissocia affermando con fermezza: “Non c’è alcun peccato originale; | la vita è questo vasto | seguito d’originali peccati”.
 Anche la donna è vista come un traguardo evolutivo, nel senso spirituale del termine e in un’ottica estroversa della questione, frammisto ad un mistero insondabile e magnetico, da trattarsi talvolta con spavalderia, forse ad esorcizzare una timidezza di fondo, tal’altra con dolcezza e profondo rispetto, sentimenti che conducono ad alcuni dei versi più eroticamente mistici dell’intera raccolta: “I tuoi capelli bevono nei miei occhi | Tutta la luce che li asseta | Solo dopo sentii la tua voce | Era polvere e anima racchiuse | Nello stampo aperto tra cielo e terra | Nella matrice che poi si disse carne”.
 A tratti l’essenza femminile alimenta un potente erotismo che affiora, seppur con rare comparsate, incidendosi nella memoria, così parlando delle segrete e magiche arti ammaliatrici il poeta dice: “Un’ubriacatura dell’aria che muovete | Assieme ad altre promesse più segrete | Intrico di roveti ardenti | Vortice d’ogni intelligenza vertice | Attorno alle chiavi di volta eterne | Eccentriche dei vostri capezzoli | Nembitornita mirifica Via Lattea | Del vostro corpo astrale contrassegno | Conchiglia inguainata nell’astuccio | Profumato di muscoli brillanti | Fremito panico che riflettete | Nella macchia ialina degli occhi | O giada dal giardino dei cristalli”.
 Altre volta la donna è il complemento ideale ad una via di fuga, come in Desiderio di leggerezza, forse inconsciamente a volersi liberare del fardello indotto dall’emisfero cerebrale sinistro, quello razional-schiavista di sé stesso: “Fuggiamo assieme | in un esilio di sogni | Per avere terra su cui correre | e sulla via pietre miliari | Dove lasciare tracce d’amore | E sgravarsi lungo il viaggio”.
 Non c’è spazio per un dio in quest’opera, a tal punto che il poeta lo dovrà salvare come un agnellino spaurito e precipitato nel torrente in piena delle umane follie: “Allora misi dio nel novero dei giusti | E lo salvai dal mondo”.
 Pare invece sia una donna ed il miracolo derivante dalla saggezza indotta da una generazione che biologicamente si rinnova (invero, evento tutt’altro che rivoluzionario e proprio di tutte le specie viventi) a determinare una sorta di salvezza dell’anima poetica che diversamente brucerebbe nell’eterna insensatezza e nel vuoto implacabile: “Tu che non ti sei piegata | Ai primi freddi della quarta glaciazione | Perché nel mondo interiore non vige legge di consolazione | Della termodinamica non vi si osservano i principi | Né una salomonica distribuzione | Dei delitti e delle pene | tu che sei libera ti sei spogliata | Della negazione di questa vita | All’occhio che fiorisce infinito | Contemplando sovrano il mondo in sé | Appari nel disgelo di quest’ora | Fiore di loto dalla neve di Aprile”.
 Episodicamente poi, compare una felice, e per il poeta di quest’opera inusuale, anima paesaggistica, espressionismo dell’anima memorialistica che piace, e molto, per il garbo nostalgico, dai toni carichi di sentimento, che sa diffondere con un senso di generale rasserenamento, che stralcia le nubi oltre l’orizzonte: “C’è una palma e un albero di cachi | Goccianti in un umidore di voci | appannate sui fantasmi dei vetri | E due bambini che si erano tenuti | Nel tornare di un inverno | Con la pioggia sulle foglie e il si bemolle | Di Mozart dalla radio Granducale | Ed alte stanze e conigli nei giornali | E derisorie fumisterie | C’era un po’ d’amore e un bastone da passeggio | Per quando fosse spiovuto | E fosse ripreso il viaggio”.
 Per evitare deragliamenti incontrollabili, siamo costretti ora ad arrestare l’alluvione di considerazioni che questo volume suggerisce ad alta voce, anzi con voce alta, in quanto tali e tante esse sono, che occorrerebbe una monografia ragionata per stendere un discorso che non paia il salto disorientato di un rana ubriaca in mezzo al vociare del traffico e dei clacson impazziti nell’ora di punta.
 Un volume non privo di difetti (nella relatività di uno iato o frattura soggettiva-relativa creantesi tra percipiente e mittente del messaggio poetico), nel senso della difficoltà interpretativa cui si va incontro durante la lettura e che si può sintetizzare come dipendente sia dai limiti di chi scrive, sia da quelli probabilmente divulgativi, del poeta, in un certo senso perso (intenzionalmente, forse) nel suo universo dilagante a velocità ultraluminale, alla ricerca di anime consonanti e disinteressato, in un certo qual modo ed in taluni tangenziali espressive intraprese, alla plebe incolta (magari non così drasticamente intesa).
 Non si potrà, in questa circostanza, avallare il verso di Giancarlo Micheli in cui afferma che “Il poeta tocca il cuore di tutti | Senza sporcarsi le mani di sangue”, tuttavia resta senza dubbio avverato ed indelebilmente presente il grido di una voce la cui eco si prolungherà nei tempi e nella memoria di chi avrà la pazienza di sgretolare l’edificio enigmistico su cui sono imbastite e si reggono talune liriche: “Cosa vuoi poeta? E cos’hai tra le mani? | Una piccola colomba calibro ventidue | E un grilletto dalla voce tonante”.
 Si tratta, in sintesi, di un volume raro, costruito con maestria, così denso di energia creativa e citazioni e riferimenti colti e stimoli evolutivi, tali da renderlo consigliabile a molti come sfida intellettuale, sfida che sarebbe stata più equilibrata e proficua nei risultati comunicativi, se si fosse speso del tempo nel cercare di ridurre la distanza tra le sfere più inaccessibili del cogitare poetico, spesso dimostrazione matematica a passaggi impliciti e affioramenti spontanei, ed il mondo di chi è affamato di conoscenza e brame disvelatorie sul cosa si celi dietro (o dentro) ad una mente di cui tutto si potrà dire, tranne che non sia di elevata caratura.
 Questa carenza comunicativa è senza dubbio l’occasione mancata, per un marketing di sé stesso, più imponente di tutta l’opera, in effetti non si potrebbero spiegare versi come “E recensori ed esegeti sono gli amici | In dialoghi supposti e rinviati” se non motivandoli con l’influsso negativo operato da una genialità che tende ad isolare, nella solitudine che nasce dall’incomunicabilità di visioni oculari di mondi iperuranici, in quello che sembra un cliché nell’autenticità di ciò che è funzione ricorsiva del vero che si rinnova: “Il mio passo sgomento | Non rallento | Né mi pento | Sono solo capisci ? | Chiunque tu sia | Senti il mio grido?”.
 Un libro come un iceberg antartico in una landa oceanica popolata da sirene dai lunghi capelli di neve e dagli occhi di zaffiro, un libro difficile quanto prezioso, fondato sulla razionalità irrazionale della questione esistenziale, ma con talune fugaci concessioni al sentimento, da rileggersi dopo anni quasi per tradizione, ritrovandovi senza dubbio nuovi ed inattesi risvolti, per ottenere precisa misura del tempo trascorso, così come delle nostre, presumibilmente aumentate, saggezza e sapienza.

lunedì 3 dicembre 2012

Paesaggi della cultura e trasmigrazione degli sguardi

intrecci tra necessità rituale e libertà creatrice nell’arte dell’estremo Oriente

articolo di Giancarlo Micheli, pubblicato su Zeta - rivista internazionale di poesia e ricerche (anno XXXIV, n.3, dicembre 2012)



1.      La legge morale nella pelle del serpente 

 Qualcosa dissolve, a ritroso, nelle profondità della storia, si disfa in fondo ad uno sguardo che, nel tentativo di fissarsi ad un oggetto remoto, finisce per confonderne i contorni al nebbioso paesaggio che, poco fa, quando lo sguardo si levava appena e desideroso di sensibile corrispondenza, lo delimitava ancora entro una sua forma nitida e tersa.

 Sulle antiche pitture vascolari della dinastia Shang (1766-1122 a.C.) uno dei soggetti rappresentati con maggior frequenza è il demone T’ao T’ieh, una figura assai complessa, costruita unendo parti anatomiche di tori, tigri, arieti e serpenti. Della parola T’ao T’ieh si era andata perdendo la conoscenza del significato preciso a partire dal periodo feudale degli Stati Combattenti (403-221 a.C.) ed il concetto da essa designato già svaniva inesorabilmente nella cognizione dei cinesi delle dinastie Qin (221-206 a.C.) e Han (206 a.C.-220 d.C.), sotto le quali si compì l’unificazione dell’impero, che raggiunse allora un’estensione territoriale paragonabile a quella della attuale Repubblica popolare. Alla luce delle categorie dell’antropologia culturale il T’ao T’ieh viene oggi concepito quale simbolo della divinità della Terra, mutevole e caotica espressione delle forze originarie in essa contenute. Una tale definizione del simbolo del T’ao T’ieh, del resto, non può che riuscire per noi insoddisfacente, giacché esclude tutta una modalità essenziale di percezioni che ne rendevano vivo il senso all’umanità che lo frequentò da vicino. Lo scorgiamo pertanto attraverso una cortina di nebbie, alla quale è confuso non meno che allo sfondo da cui affiora in minimo rilievo, non meno che al paesaggio cui è unito da un vincolo tanto inestricabile quanto lieve, dove si agita appena, assomiglia alla radice di uno strano albero che, d’altronde, non ravvisiamo meglio di esso, anche perché ecco che, ora, già ci pare che il T’ao T’ieh si scuota, che voglia sgusciar fuori da quella sua primitiva pelle, ci sembra che frema e strisci: è una serpe avvolta alle rocce di un declivio montuoso, una lasca che sguscia nell’acqua limacciosa di un fiume.

 Un tale tremore naturale, cui corrisponde uno speculare sentimento religioso, ad un tempo impetuoso ed evanescente, un tale riflesso incondizionato, che ha ogni ragione per lasciarsi avvertire come se emanasse dalla sorgente originaria dell’essere, percorre tutta la storia dell’etica e dell’estetica cinesi. Di esso l’insegnamento di Kong Zi, impartito nel VI sec. a.C. ai discepoli affinché lo raccogliessero nelle pagine che avrebbero costituito κατ’εξοχήν il testo classico della letteratura cinese, il Lun Yu, compì l’innesto sul corpo della legge secolare, ne sancì l’incarnazione nei precetti di una morale concreta e nelle regole dell’amministrazione del potere, ponendo limiti rigorosi all’uso della violenza dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Tale incorporamento si realizzava sui lembi di una duplice sutura, una duplice serie di precetti: quelli alla cui osservanza era tenuto il letterato, saggio sapiente nonché funzionario della già evoluta burocrazia statale, e quelli cui era tenuto il Signore, modello di virtù ideale nella cui persona vivente trovano complemento il brivido originario di cui si è detto (il qì, o ki in giapponese) e l’azione umana deliberata. Grande enfasi la dottrina confuciana riservò all’oculata osservanza delle cerimonie e dei rituali religiosi, intesi a preservare l’unità spirituale con le generazioni passate e ad onorare il culto degli antenati. Il saggio confuciano affonda risolutamente il proprio sguardo nel passato e, dinanzi a tutto ciò che lo distragga da tale contemplazione, rimane, in sostanza, fermo e irremovibile.

 Dell’architettura culturale confuciana, attraverso la quale l’uomo aveva introdotto la propria presenza nel paesaggio della natura, il daoismo, un paio di secoli più tardi, avrebbe esaltato alcuni aspetti prospettici: con il progredire dell’oblìo del simbolo originario, i maestri daoisti avrebbero messo a fuoco la nebbia che si infittiva davanti ad esso e, riflettendovi il proprio sguardo, avrebbero cominciato a intravedere ciò che stava loro alle spalle, il futuro. Non il futuro cronologico, quale convergenza ad un puntuale e replicato presente del fascio di infinite potenzialità che lo attraversano, ma proprio il contrario, il futuro come apertura del tempo dell’attesa, dispiegato ventaglio delle evenienze, luogo dell’illuminazione improvvisa. Scrisse Meng Zi (372-289 a.C.): “Si lede il Dao se ci si attiene all’uno, se si accoglie un principio e se ne trascurano cento.”

 
 
2.      Cenni storici sulla diffusione del buddismo nell’Asia orientale

 All’imperatore Mingdi, che regnò tra il 57 e il 75 d.C. sulla dinastia degli Han orientali o posteriori, nel corso di uno dei relativamente brevi periodi in cui l’Impero non fu unificato sotto un unico sovrano, la storiografia fa risalire la prima penetrazione del buddismo nella cultura cinese. Alla fine del II secolo esistevano già molte scuole e templi buddisti, soprattutto nella vasta e fertile regione tra lo Huang He e lo Yangzi, nonché attorno alla capitale di allora, Luoyang. La prima forma conosciuta in Cina fu quella dell’amidismo, associata alla teologia della Terra Pura e ad un sentimento di religiosità popolare che favorì l’identificazione delle varie concezioni buddiste con le figure della religione tradizionale cinese, ad esempio del bodhisattva Avalokitesvara con la dea cinese della misericordia, Guanyin. Anche la forma che è comunemente associata a caratteristiche spiccatamente autoctone, il buddismo Chan (Zen per i giapponesi) proveniva dall’India, tramite l’insegnamento del monaco cingalese Bodhidarma, ospite alla corte dell’imperatore Wu agli inizi del VI secolo. In effetti esistono considerevoli affinità tra il daoismo, che era seguito con molta cura dalle dinastie regnanti del tempo, e questa forma buddista, la quale, al contrario dell’amidismo, pone enfasi sulla conoscenza del sé a scapito degli aspetti devozionali. Sotto tale forma il buddismo raggiunse il Giappone, quando la casata imperiale Yamato affermò il proprio potere, durante l’VIII secolo, e si aprì ad influssi emulativi nei confronti delle consuetudini culturali e delle tecniche di esercizio del potere tipiche della dinastia Tang che, a partire dal 618, aveva gloriosamente ricostituito l’unità dell’Impero cinese. Da allora, in Giappone, il buddismo Zen rimase una dottrina di esclusivo appannaggio delle caste nobiliari. Soltanto in seguito, altre sette buddiste diffusero precetti che fecero presa su strati più vasti della popolazione. La teologia Jodoshu, che proveniva appunto dall’assimilazione dell’amidismo cinese, fece proseliti tra i contadini e i ceti più umili soltanto a partire dal XII secolo.

 La forma buddista che ebbe invece non solo caratteristiche più spiccatamente nazionali ma che fu praticata trasversalmente in tutte le caste, prese origine dagli insegnamenti del monaco Nichiren, il quale visse tra il 1222 e il 1282. Il diffondersi della sua dottrina presso il popolo fu dapprima vigorosamente osteggiato dagli shogun del clan Hojo, benché in seguito la storia nazionale abbia attribuito al Daishonin Nichiren meriti addirittura patriottici, tra i quali quello di aver scongiurato, scatenando contro le loro flotte prodigiose tempeste, ben due tentativi d’invasione da parte dei Mongoli.

 

3.      Sviluppo economico durante la dinastia Song e germi del capitalismo.

 Fino, dunque, nelle modalità di assimilazione del buddismo, che pure fu elemento comune ad entrambe almeno dal VIII secolo in poi, le culture della Cina e del Giappone manifestano discordanze e specificità essenziali. All’inizio del X secolo nell’arcipelago era praticata un’economia di pura sussistenza, la sovranità era ripartita presso numerosi feudatari e la pur sfarzosa corte imperiale di Kyoto sviluppava un suo canone estetico e intellettuale totalmente avulso alle questioni concrete dell’organizzazione dello Stato nascente. Testimonianza di ciò è offerta nella compilazione della prima antologia di poesie giapponesi, il Kokin Waka Shu (Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne), che nel 905 d.C. l’imperatore Daigo commissionò al sovrintendente dell’Archivio di corte, il nobile Ki no Tsurayuki. In oltre mille liriche, caratterizzate dalla espressività epigrammatica e da uno stile colto e raffinato, incline all’intimismo sentimentale non meno che al distacco contemplativo di ascendenza Zen, tale silloge segna una compiuta evoluzione rispetto ai canoni della poesia continentale che, circa un secolo prima, impregnavano ancora il tono della precedente Man’yoshu (Raccolta di diecimila foglie): ne emerge una visione del mondo chiusa e, in definitiva, autoreferenziale.

 Negli stessi anni, in Cina, la dinastia Song andava invece adottando una sagace politica di equilibrio verso le potenze che ne minacciavano i confini, in particolare nei confronti dello Stato di Liao, abitato da popolazione di etnìa qidan, del ceppo tunguso-siberiano, il quale si estendeva nelle cosiddette sedici prefetture del nord-est, che avevano fatto parte integrante dell’impero sotto i Tang (618-907 d.C.). Tale situazione, relativamente stabile e pacifica, favorì un consistente progresso economico e, assieme ai rilevanti sviluppi nelle tecniche di coltivazione, alla nascita di un forte commercio interno e al perfezionamento della burocrazia statale, rifondata sulla base del sistema degli esami e in osservanza dei principî confuciani, produsse un rapido incremento demografico e un’accresciuta prosperità. È stato calcolato che il volume del commercio nella capitale di Kaifeng, collegata tramite il Grande Canale ai bacini dello Huang He e dello Yangzi, ammontasse almeno al doppio di quello di Londra all’inizio del Settecento. A dispetto della congiuntura favorevole non si sviluppò un nucleo consistente della proprietà privata, tale da avviare una fase di capitalismo vero e proprio. Tra le cause a cui gli storici attribuisco ciò, occupa un posto ragguardevole proprio la crescita della burocrazia statale, misurabile vuoi nei termini della proliferazione delle cariche vuoi in quelli di una maggiore complessità dei compiti e delle strutture organizzative. Tra i ruoli che la burocrazia non disattese ci fu, senza dubbio, quello economico. Oltre a rendere efficiente il sistema di riscossione delle imposte, l’amministrazione partecipò attivamente al commercio, acquistando eccedenze di prodotti, principalmente agricoli, per rivenderle in altre province così da calmierare il regime dei prezzi. Il celebre riformatore confuciano Wang Anshi (1021-1086 d.C.) promosse l’istituzione dell’Ente del tè e dei cavalli, che provvedeva ad esportare il tè del Sichuan in Tibet e ad acquistare là cavalli da guerra per le truppe imperiali. Un primitivo esempio di capitalismo di Stato, o quantomeno di mercantilismo di Stato.
 
 L’ultimo imperatore della dinastia Song, pittore e calligrafo, fu una personalità artistica di assoluto rilievo. Salito al trono nel 1101, Huizong non fu certo un pioniere nella pratica e nello studio delle discipline artistiche, giacché molti dei sovrani che lo avevano preceduto non le avevano affatto disdegnate. Cionondimeno a lui non soltanto va ascritta una delle prime attribuzioni certe di un’opera d’arte cinese al suo autore, poiché a partire da dipinti quali il Piccione su un ramo di pesco conservato al Museum of Fine Arts di Boston egli appose ad essi la propria firma, ma gli va riconosciuto pure il merito di aver fatto compilare un catalogo completo e ragionato della propria collezione personale, il quale avrebbe costituito, nei secoli a venire, un’autentica enciclopedia della pittura dell’Asia orientale. Nella classificazione molto accurata che lo contraddistingue, le categorie sotto le quali figurano il maggior numero di opere sono: fiori e uccelli, temi daoisti o buddisti, paesaggi. Sulla stregua della contemplazione della natura e ricorrendo alle affini sensibilità delle filosofie daoista e Chan, i paesaggisti cinesi fecero aleggiare la nube dei loro sguardi su una nuova visione, dove le opere del lavoro umano affiorano dallo sfondo nel medesimo momento in cui dissolvono in un’umida caligine, quasi la fatica e il sudore che esse sono costate evaporassero sotto ai raggi di un sole futuro. Dentro ad una grotta, di proporzioni invero umili rispetto alla montagna (Shan) che la sovrasta, si riescono a scorgere a stento delle figure umane mentre si sporgono sull’acqua (Shui) di una sorgente scaturita dai recessi dell’ipogeo. Forse le persone che si intuiscono appena, avviluppate in fresche ombre, sono intente a risciacquare panni nel limpido flutto, forse affilano lame sulle pietre che il torrente ha a lungo levigato, questo non si riesce a distinguerlo con chiarezza. Shan e Shui, montagna e acqua, costituiscono in effetti il senso primo dell’opera, da cui discende e prende vita ogni particolare che vi sia rappresentato. E infatti la parola cinese che noi traduciamo con “pittura di paesaggio” è Shanshui.

 La morte dell’imperatore Huizong, avvenuta nel 1135 in Siberia, dove egli era stato condotto  in  prigionìa  dagli  invasori Jurchen tungusi, segnò la fine della dinastia e l’inizio di un periodo in cui lo slancio precapitalista che aveva caratterizzato l’epoca Song fu depresso da una lunga dominazione straniera. Solo nel 1368, rovesciando la dinastia Yuan insediata dai conquistatori mongoli, i Ming tornarono ad unificare il territorio dell’impero sotto una dinastia autoctona. Proprio in quel tempo, in alcuni luoghi della lontana Europa andavano prendendo corpo fenomeni di evoluzione della società in senso proto-capitalistico. Nelle Fiandre, che appartenevano ancora al vetusto e anacronistico regno di Borgogna ma già costituivano uno dei centri nevralgici del commercio continentale, Jan van Eyck non soltanto introdusse, come Huizong in Cina, la consuetudine di siglare le opere pittoriche, inibita fino ad allora dalla committenza pressoché esclusivamente religiosa, ma fece comparire il paesaggio quale elemento di rilievo nella composizione delle proprie tavole. Dopo aver abbattuto una delle pareti delle architetture ecclesiastiche desunte non senza fatica dai modelli classici della basilica romana al fine di costruirne gli scorci prospettici dove inserire i soggetti delle sue scene, egli riuscì a far emergere il paesaggio dietro ad archi a tutto sesto soffolti da capitelli corinzi ma pur sempre soffocato in una minuzie di particolari, quali ad esempio se ne ravvisano in abbondanza nella Madonna del cancelliere Rolin del Louvre, pur sempre sovrastato dalla imponente munificenza dei notabili che, in veste di nuovi committenti, non si facevano scrupolo di figurare a tutto tondo ed in enfatiche proporzioni al fianco delle immagini sacre.

 

 4.      Astrazione e forme della libertà prefigurata

 Fu proprio nei primi anni dell’epoca Muromachi (1333-1568 d.C.) che in Giappone si verificò una reviviscenza dello stile pittorico cinese. Gli shogun Ashikaga, risolta la crisi politica e militare che aveva spaccato in due il paese, messa in dubbio la legittimità della linea dinastica imperiale e coinvolto tutti i clan feudali in una lotta senza quartiere, posero la sede del loro governo a Kyoto, nel quartiere di Muromachi, eponimo dell’epoca che ebbe allora inizio.

 Sin dall’VIII sec. la pittura Shanshui aveva affinato il proprio canone nella polarità dialettica tra due opposte scuole: Beihua, o pittura settentrionale, e Nanhua, o pittura meridionale. La scuola Beihua aveva eletto a proprio capostipite il monaco Chan Shenxiou, il quale nel VII sec. aveva fondato la setta “gradualista”, che ricercava l’illuminazione attraverso il rispetto della regola monastica e l’attento studio dei Sutra. Nella composizione essa aveva privilegiato i soggetti cari alla corte imperiale e sviluppato una tecnica impeccabile e sofisticata. La scuola Nanhua, o scuola dei letterati (Wenrenhua), faceva invece capo a Huineng, contemporaneo di Shenxiou e fondatore della setta del “wu nien”, del “senza pensiero”, che dalla meditazione dinanzi agli oggetti della natura si proponeva di far sorgere l’illuminazione improvvisa. Di tale seconda corrente si sentirono i prosecutori gli artisti di maggior talento dell’epoca Muromachi. Nell’opera del monaco Zen (traslitterazione della parola cinese Chan, la quale lo è, a sua volta, di quella sanscrita dhyana, meditazione) Sesshu, di meno di trent’anni posteriore a quella di Jan van Eyck, la nebbia della reminiscenza, quel brivido creativo e spirituale nella cui ottica si dissolve l’oggetto della contemplazione, ha quasi del tutto cancellato ogni elemento accessorio. L’artista coglie l’essenza del paesaggio con un’espressione tanto libera e astratta quale in occidente si dovrà attendere per almeno un secolo, riconoscendola forse, prefigurata o latente, su alcune tele di Albrecht Dürer.
 


5.      Origini di una ferita

 Tra i primi occidentali ad approdare nelle terre del Giappone si contano, fervidi e zelanti nel perseguire i loro scopi evangelici, i missionari della Compagnia di Gesù. Fondata nel 1534 a Parigi, dove alcuni giovani di insigni casati aristocratici spagnoli e portoghesi avevano condotto studi in teologia presso la prestigiosa università della Sorbonne, la Compagnia impugnò le armi di una fede appassionata e persuasissima al fine di evangelizzare i popoli dell’Oriente. Francesco Saverio, nobile basco di Xavier, appartenente allora al Regno di Navarra, ricevette il sostegno del Re del Portogallo João III per istruire dalla colonia di Goa, sulla costa occidentale dell’India, una serie di viaggi che lo condussero dapprima nella penisola di Malacca e in Indonesia, poi fino a Kagoshima, nell’isola di Kyushu, la più a sud tra quelle che compongono l’arcipelago del Giappone, dove giunse nell’agosto del 1549. La letteratura agiografica sottolinea lo stato di ispirazione mistica pervaso dalla quale il Padre Santo compì la propria opera di proselitismo, perseguita con dedizione tale da non risparmiarlo alla morte, che lo colse sotto un’umile tenda, al solo cospetto dei suoi servitori personali, tali Antonio e Christovao, mentre attendeva presso la città cinese di Shangchuan, nella provincia meridionale del Guangdong, di essere raggiunto da una delegazione consolare portoghese, che in realtà non partì mai da Goa, e di essere condotto da alcuni mercanti nativi, i quali non fecero a tempo a dar seguito alle loro promesse, fino alla capitale, dove regnava l’imperatore Jiajing della dinastia Ming. Mentre da Kagoshima faceva ritorno a Goa, la nave di Francesco Saverio era stata sospinta là da una tempesta, della cui natura provvidenziale egli restò convinto fino al suo ultimo giorno. Prima della fine dolorosa e conseguente alla imitatio Christi quale era stata concepita secondo le regole dell’ordine di Ignacio de Loyola, egli era però ampiamente riuscito nei propri intenti sull’isola di Kyushu. Si narra che, soltanto nei primi mesi della sua predicazione, egli riuscisse a guadagnare alla fede cattolica centinaia di anime. E forse fu ancora su ispirazione divina se egli seppe ben destreggiarsi nei travagliosi frangenti in cui andava rompendosi l’equilibrio feudale del medioevo giapponese e fu capace di comprendere i reali rapporti di potere che legavano la figura dell’Imperatore, già allora relegata ad assolvere un ruolo esclusivamente simbolico, gli shogun del clan Ashikaga e i vari daimyo locali. In Giappone il sistema delle missioni gesuite continuò a funzionare assai bene anche dopo aver perduto la propria guida spirituale, cosicché esse costituirono una efficace testa di ponte per i traffici mercantili portoghesi e spagnoli nell’arcipelago e nel resto dell’Asia sud-orientale. Il messaggio cristiano si diffuse con grande rapidità soprattutto tra le caste dei contadini, ridotti in stato di totale indigenza dalle guerre del periodo Sengoku per l’unificazione politica e militare dell’Impero. Dopo che gli shogun del clan Tokugawa furono riusciti nel loro intento ed ebbero prevalso sui rivali al prezzo di sanguinose stragi, durante l’opera di edificazione di uno Stato centralizzato essi dovettero fronteggiare la resistenza di un’ormai folta popolazione di convertiti alla fede cristiana. Non furono pochi i martirî, che soprattutto i frati francescani affrontarono levando al cielo gioiose lodi al Signore – celebre quello del 1597, quando 26 seguaci del Santo di Assisi furono crocifissi sulla collina di Nishizaka, sovrastante la città di Nagasaki –, le efferatezze furono crudeli e insensate, come nella repressione della rivolta contadina di Shimabara del 1637. Poco alla volta gli shogun promulgarono una serie di restrizioni al commercio estero e finirono con l’espellere tutti i residenti stranieri dal territorio del Paese. Dal 1640 in poi fu consentito soltanto ad un gruppo di olandesi della Vereenidge Oostindische Compagnie, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, di risiedere su un’isola artificiale nella baia di Nagasaki, l’isola di Dejima. Gli olandesi godettero di tale trattamento di favore poiché erano gli acerrimi rivali degli spagnoli nei traffici commerciali in Oriente, loro nemici giurati a motivo della confessione nazionale calvinista e in seguito alle cruente guerre di indipendenza che le Province Unite avevano sostenuto contro i sovrani Asburgo di Spagna. Nell’arcipelago giapponese la repressione del cristianesimo proseguì ancora a lungo, e gli shogun si avvalsero dell’alleanza del clero buddista. Nel 1664 fu emanato un decreto in cui si prescriveva a tutti i sudditi dell’Impero l’obbligo di registrarsi presso un tempio buddista.

 

6.      Pittura di paesaggio e impatto dell’espansione mercantilista
 
 Le traumatiche vicissitudini dell’epoca Muromachi e della prima parte di quella Tokugawa (1603-1867) lasciarono nell’arte del Giappone una traccia ben più tenue di quella che i preti della dominazione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura non hanno mancato in ogni epoca di caldeggiare con la loro ipocrita tiepidità.

 L’abitazione tradizionale giapponese è costituita in moduli abitativi i cui volumi possono essere variati, a sentimento, riposizionando pannelli scorrevoli, sopra i quali era antica usanza dipingere scene di paesaggio. Sopra uno di tali pannelli, appartenente alla serie nota come Namban-byobu (“Paraventi dei barbari del sud”), un artista ignoto del XVII secolo raffigurò una delegazione di Gesuiti portoghesi mentre viene ricevuta al momento dello sbarco sulle rive dell’isola di Kyushu. I padri missionari vi appaiono, non senza cura di dettagli, smarriti in un dedalo di bracci di mare e banchi di sabbia, frastornati e sospesi in un paesaggio di tanto imaginosa astrazione da galleggiarvi come sui lembi di una nube aurea, al di là dei quali, con sconcerto, essi non vedono occhieggiare i simboli del loro dio audace e vendicativo.

 Sotto il governo dei Tokugawa, con l’avvento delle pesanti restrizioni al commercio estero, la pittura di paesaggio allentò i legami con i modelli storici cinesi. Sull’esempio della Accademia di Hanlin, le cui origini risalivano alla dinastia Tang e che al principio del XII secolo proprio Huizong aveva rifondato e condotto ai fasti che le avevano meritato il nome esaltante e significativo di “foresta dei pennelli”, su tale esempio illustre, nel Giappone della metà del XV sec, nel cuore del periodo Ashikaga, era nata una scuola pittorica di corte, la scuola Kano. Essa aveva enfatizzato l’attenzione  per  l’elemento  decorativo  e,  trascurando  la ricerca interiore dei seguaci della pittura  Zen e della Wenrenhua, si era volta ad una figurazione  naturalistica magniloquente, quale esigeva il gusto orgoglioso dei nuovi potenti.

 Fu l’ascesa di una classe sociale borghese, quella dei chonin, che dettero nerbo al commercio e si giovarono del declino economico dell’aristocrazia feudale, vessata dai gravami imposti dal governo di Edo, fu tale ascesa a creare il terreno fertile per il sorgere di una nuova sensibilità artistica. Il processo di riproduzione a stampa era stato praticato in Cina già dal IX secolo. Allora, migliaia di immagini del Buddha Amida venivano impresse su torchi lignei e distribuite ad un pubblico vasto, anche tra i ceti più umili, giacché il semplice possesso di tali oggetti devozionali valeva quale ottimo viatico per conquistare, oltre la morte, il Paradiso della Terra Pura. Nel Giappone del XVII secolo, invece, la stampa xilografica ebbe una diffusione di tutt’altro genere. L’arte ukiyo-e, la “pittura del mondo fluttuante”, si strutturò secondo un sistema organizzativo del tutto nuovo, precorrendo addirittura le tecniche e la divisione del lavoro caratteristiche dell’editoria moderna. Un ricco imprenditore, esperto del gusto dei destinatari delle opere a stampa, commissionava agli artisti i disegni, i cui soggetti erano scelti nelle case di piacere dove la nascente borghesia amava consumare i frutti di prosperosi guadagni o tra le bellezze paesaggistiche dei luoghi dove i membri dell’aristocrazia feudale facevano tappa nel recarsi presso la capitale a rendere obbligatorio omaggio allo shogun. Un intagliatore ricavava poi dal disegno la matrice lignea per la stampa. Uno stampatore, infine, realizzava un numero di copie adeguato a soddisfare le richieste degli acquirenti. Benché tale sistema risulti palesemente segnato dalle insorgenti logiche del profitto, nell’opera dei maestri che sospinsero il genere della stampa artistica fino ad un livello di assoluta eccellenza vediamo riemergere quel brivido che si propaga sin dalle origini, da quando l’arte aveva preso a  indagare  il  mistero  della  presenza  umana  nella natura del mondo. Tale brivido estetico,  che si lascia percepire nella sensibilità artistica di tutte le epoche, ha per sua natura una sostanza etica e cognitiva. E non è forse possibile riconoscere persino una sfumata lezione confuciana in uno degli episodi della serie di incisioni nota come Le cinquantatre stazioni posta del Tokaido, dove Ichiryusai Hiroshige raffigurò alcuni portatori seminudi che, sotto una pioggia dirotta, trasportano un palanchino lungo uno scivoloso declivio? Non sorge forse spontanea la speranza che, in vetta a quel colle impervio, il signore che gli affaticati portatori conducono andrà a compiere un qualche atto virtuoso che ripaghi  la loro ostinata solerzia ben al di là di quanto possa una pattuita equivalenza di valori di scambio? In ciò che si intuisce al di là della grigia cortina dei rovesci di pioggia non riecheggia forse un’esortazione luminosa dove l’essere è congiunto all’espressione e il pensiero all’azione? Non può forse udire ciascuno, pronunciata da se stesso e a se stesso con voce finalmente umana, la massima di Kong Zi: “Il signore porta alla luce il bello degli uomini, non il male. Non è compito del giusto diffondere o preservare la civiltà con la violenza e l’ignoranza”?

 La pittura ukiyo-e che, dal tempo del suo quasi mitico fondatore Iwasa Matabei, ebbe tanti maestri capaci di far risuonare in essa una musica di forme e colori essenzialmente umani, quali Kitagawa Utamaro (1753-1806) o Katsushika Hokusai (1760-1849), fu disprezzata con tenacia dai potenti del Giappone quale arte profana e irriverente. All’inizio dell’epoca Meiji (1868-1912), dopo la riapertura dei traffici commerciali imposta dalle potenze imperialiste, essa giunse in Europa sulle carte da imballaggio che avvolgevano principalmente prodotti di lusso. In virtù di un caso che non dovrebbe apparirci sorprendente né arbitrario, giacché manifesta un’astuzia della ragione che senza remore o ottundimenti dovremmo aver infine appreso ad amare, artisti di genio quali Edouard Manet, Edgar Degas, Henri Toulouse-Lautrec e Vincent Van Gogh vennero così a conoscere la pittura ukiyo-e e ne trassero ispirazione per alimentare la rivolta contro l’arte accademica ottocentesca, per dare vita ad una nuova stagione universale di sapienza e di bellezza.

Giancarlo Micheli