mercoledì 23 maggio 2012

Le ragioni di uno stile

recensione al romanzo
La grazia sufficiente (Campanotto, 2010)
pubblicata su literary.it (n.5/2012)

La grazia sufficiente, edito da Campanotto, è il terzo romanzo di Micheli, ed è, forse, il suo lavoro più maturo, per certe soluzioni stilistiche ancor più radicate di quante non se ne ritrovino nei precedenti. Una scrittura densa, sanguigna, che per certi aspetti ricorda Manzoni – quantomeno nell’architettura stessa della prosa e nel suo poderoso assetto – molto lontana da quella, usa e getta, che oggi va per la maggiore. Facendo ricorso a una metafora, se oggi è in auge il vino poco strutturato, il cui gusto ricorda quello di celebri bevande frizzanti e analcoliche, qui siamo invece di fronte a una bottiglia di vino che ha corpo, personalità: un vino vero. Ecco, Giancarlo Micheli è uno scrittore vero, che ha uno stile, una precisione descrittiva, una ricchezza lessicale straordinaria. Talvolta il lettore potrà imbattersi in passi che richiedono un certo impegno, ma avrà comunque la fortuna di confrontarsi con un’opera che lascia il segno, anche nell’esperire le potenzialità espressive e comunicative della nostra lingua. La sintassi piena, ipotatticamente orientata, la scrittura avvolgente, fascinosa, originalissima, anche nella sovrabbondanza delle immagini – che determinano necessari, e accattivanti, rallentamenti – moltiplicano le possibilità di raffigurazione della realtà, facendola ruotare ad angolo giro sugli assi della propria rappresentabilità. Affiorano un po’ ovunque, intrecciandosi in un robusto tessuto linguistico, gergo comune, non esente da toscanismi, lessico scientifico, settoriale o specialistico. Si veda, ad esempio, l’articolatissima terminologia marinaresca con cui, nelle prime pagine, si descrive la vicenda di un naufragio:

In egual guisa, nell’idrostatico abisso dell’oceano, affondava il capitano Baruch Dekker; volgeva il capo in alto e spalancava gli occhi nell’acqua salsa, osservando, ritagliata contro l’alone di cui il sole macchiava la sovrastante superficie, la sagoma scura del giustacuore, che era appena riuscito a sfilarsi di dosso, e che, ora, galleggiava sopra di lui, somigliante ad un minaccioso sudario. Sempre in alto, ma sulla sinistra della verticale lungo la quale il capitano, per quanto mulinasse di gambe e braccia, tirava a dritto verso il fondale marino, sulla sinistra, benché offuscata dietro un reticolo di riverberi di cui il sole, beffardamente, trafiggeva l’equoreo spessore, sulla sinistra il capitano intuiva una più vasta mole, scossa dalle onde con incombente panneggio. Realizzò confusamente dovesse trattarsi della vela di controbelvedere che, poco prima, quando l’albero di maestra si era spezzato, aveva vorticato nelle elettriche folate del vento e, dopo aver sbattuto contro l’impavesata, era andato ad incastrarsi sotto la chiglia. Tratteneva il fiato il capitano Baruch. Sentiva il corpo pesare sugli strati d’acqua gelida e fosca, allorché apparve, ad un palmo dal suo naso, una lignea forma oblunga, la quale rimontava verso la superficie, con soteriologica inerzia risputata dal sorso immane dell’oceano.

La fiction è sostenuta da un’impalcatura storica – appunto da “vero per soggetto” – di notevole spessore. Il romanzo è ambientato nel Giappone del XVII secolo, dove un capitano di origine ebraica della Compagnia delle Indie orientali olandesi, Baruch Dekker, si trova a doversi ricostruire una vita in seguito al naufragio del bastimento di cui gli era stato affidato il comando. In tale difficile impresa, catapultato in mezzo ad una cultura aliena e ignota, avrà successo grazie all’incontro con una geisha, Netsuki, dalla quale avrà pure un figlio, Aikyo. Con loro formerà una famiglia, che si prodigherà poi a difendere. Alla rigida cultura autoctona del Giappone feudale appartiene, invece, il secondo personaggio, Taisho. Due storie parallele, quindi, che si accavallano sullo sfondo di un intreccio ulteriore, quello tra la nostra civiltà occidentale e l’orientale. Compaiono, infatti, nel racconto le vicissitudini delle guerre di religione del Seicento europeo, dal cui fanatismo e dalle cui persecuzioni l’ebreo Baruch Dekker si volge in fuga, abbandonando la terra natale olandese dinanzi all’invasione delle truppe del Re cattolico guidate da Ambrogio Spinola. Non mancano excursus sul mondo calvinista, con precisi riferimenti alle questioni teologiche che opposero arminiani a gomaristi, i notabili della borghesia mercantile all’aristocrazia delle armi. Di queste diverse culture si descrivono nei dettagli i luoghi degli incontri, come quando si narra del sequestro del carico del galeone spagnolo San Felipe per ordine dello shogun, episodio da cui ebbero inizio le persecuzioni contro i missionari cattolici, a rendere testimonianza della ferocia e spietatezza delle quali proprio il protagonista del romanzo, Baruch Dekker, assisterà ad un episodio assai crudele, quello della fumi-e (i sacerdoti cattolici venivano costretti a calpestare le immagini sacre alla loro religione in segno di abiura).
Nel testo di Micheli si incontrano poi dialoghi e monologhi intensi e sostenuti, formulati in un linguaggio alto, che presenta talvolta uno scarto rispetto a quello che potrebbe essere un quadro realistico delle situazioni narrate, ma sempre con l’intento di distillarne il contenuto lirico o epico:

“Sapete cosa c’è dentro le casse che abbiamo scaricato?” aveva chiesto il primo marinaio, guardandosi tra i piedi sospesi sull’acqua verde della darsena, e subito prima di versarsi in gola un robusto sorso ristoratore dalla fiaschetta che estrasse dalla fodera della marsina sdrucita.
Nei lunghi anni di navigazione Baruch aveva appreso a cavarsela in maniera decente con la lingua lusitana. Squadrò dall’alto in basso l’interlocutore, un tipetto baffuto e segaligno, di pelo ispido e scuro, la cui testa, in postura eretta, non sarebbe arrivata alle sue spalle; quindi Baruch si prese un attimo per riflettere, prima di rispondere con affettata pacatezza.
“Di tutte le cose che soddisfano i suoi bisogni, l’uomo attribuisce il maggior valore a quelle che meno gli sono indispensabili. Sui galeoni ho trasportato lo zucchero di canna dalla Guyana alle Azzorre, il pepe da Cochin a Melinda o a Hormuz, perfino l’oro dalla foce del Congo fino ad Anversa, e schiavi perfino, da Capo Verde ai Caraibi. Per tutti i mari e tutte le terre, però, ho incontrato davvero pochi uomini che sapessero sorridere, che sapessero prendere soddisfazione dalle loro vite. Ovunque tristezza e afflizione, tra i miserevoli quanto tra i più doviziosi. Pure i mercanti che mi hanno affidato i loro traffici, non ricordo di averli mai visti felici. Forse hanno gioito in segreto, quando sono andati a incassare le loro carte di credito dai banchieri. Amico…” e osservò qua una pausa il capitano Dekker, durante la quale fissò il portoghese, tanto intensamente che questi trasse indietro le spalle, sorpreso, quasi timoroso di ciò che l’altro era sul punto di aggiungere. “L’unica cosa che mi sorprenderebbe è se le casse imbarcate sulla vostra feluca contenessero la felicità di qualcuno.”

Dove questa tensione poetica percorre le pagine con evidenza ancora maggiore è nelle descrizioni dei paesaggi:

I portoghesi piegarono per una stradina in salita, che si inerpicava sulle pendici di un colle, e Baruch andò loro dietro, silenzioso e meditativo. Poco oltre, dove le costruzioni diradavano, la stradina sbucava in un tetro ghiaione, proteso da lì fino alla cresta della cima. La palla incandescente del sole, ormai bassa sopra l’orizzonte, era scomparsa, inghiottita oltre il dente azzurrino della cresta. La natura del luogo era orrida, deserta, macchiata la pietraia solo da radi cespugli di erbacce; si aveva l’idea di essere, all’improvviso e senza faticare su per ostiche balze, in alta montagna, dove l’aria impalpabile nutre matrignamente la terra franta e antica. Al di là della linea frastagliata delle rocce si scorgeva soltanto il cielo sgombro di nubi e, a settentrione, dove l’uniforme campitura turchese virava ad uno zaffiro opaco, le prime stelle della sera mostravano le loro pudiche lanterne, in disparte.

Questa lingua ricca, in qualche misura debordante, ricrea una realtà, la reinventa rallentando l’azione, si diceva, per indicarne una parallela, data da questo posarsi sulle cose, investigandole nei minimi dettagli, indugiando sugli stati d’animo dei personaggi, rinvenendo nuove occasioni narrative. Ed è una scrittura coraggiosa, perfino spericolata in questo suo orientarsi controcorrente e tendere verso l’alto, in questo suo offrirsi al lettore come momento che trova in sé, nel suo darsi, la propria ragione e il proprio compimento. In tal senso il romanzo può essere guardato anche come un laboratorio di scrittura, considerata non solo come modo di rappresentare la molteplicità del reale, ma anche come snodo attorno a se stessa, come ricerca delle proprie potenzialità semantiche, sintattiche ed estetiche. I personaggi del romanzo sono immersi in questa procedura pervasiva: le loro voci risultano come uniformate al taglio letterario, quasi intossicate di letteratura, permeate dallo stile che informa tutta l’opera e conferisce ad essa unità di rappresentazione, anche in tale suo moltiplicarsi e scindersi in soggettività plurime, in distinte sfaccettature della realtà che si incastrano tra loro e concrescono alimentandosi le une sulle altre. È proprio lo stile della scrittura di Micheli e la potenza plastica della sua parole che riescono, dunque, ad illuminare le cose in tutta una serie di aspetti su cui, altrimenti, il nostro occhio non si poserebbe.
Francesco Macciò

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I benefici dell'anima

recensione al romanzo La grazia sufficiente (Campanotto, 2010)
pubblicata su valeriaserofilli.it (Maggio 2012)

E' uno scorcio del medioevo giapponese questo recente romanzo di Giancarlo Micheli, pubblicato nel 2010 per i tipi di Campanotto Editore di Udine. Un medioevo orientale contrapposto ma anche messo in parallelo rispetto all'Europa del Cinquecento, devastata dai conflitti religiosi.
Già il titolo stesso del volume ci fornisce una preziosa indicazione riguardo al contenuto: la grazia sufficiente, quella grazia mai negata a chi la chieda e con il cui aiuto l'uomo può sanare il disordine morale. La suddetta grazia costituisce anche l'elemento di connessione e il punto di arrivo auspicato delle due vicende di cui si compone la trama, molto diverse tra di loro nel tempo e nello spazio. L'abilità di Micheli consiste nel rendere credibile la storia tramite citazioni precise di vocaboli propri della lingua giapponese dell'epoca, di luoghi, situazioni e oggetti tìpici dell'ambiente descritto e dell'epoca prescelta, vale a dire l'arcipelago giapponese del medioevo. (Tra i tanti esempi: Komon, torii, shogun, il teatro del nò, la scrittura kanjì, shite, waki, yugen, musubi).
Se da un lato è vero che l'utilizzo di queste terminologie rischia di complicare l'assimilazione e l'interiorizzazione del testo da parte del lettore, è altrettanto vero che l'abilità dell'autore riesce a rendere credibile la vicenda in virtù di un valido intreccio narrativo e dell'abbondanza di dettagli e descrizioni.

Un lampo sottile si distese, si distaccò trasversalmente dal fiotto giallognolo della lampada e fendette il suolo con una candente crepa, che la densa pece della notte rimarginò all’istante. Avevano raggiunto i binari della linea ferroviaria da Ryo Jun a Mukden. Entrambi ripassarono mentalmente le operazioni che avrebbero dovuto compiere. Ormai non più di cinque ken li separavano dal loro obiettivo. Tanto misurava l’orto della famiglia di Taisho, nel villaggio di Mogi, dall’argine del fossato alla casa dal tetto ricoperto di frasche; e non senza affanno Taisho colmò quella minima distanza.
In quel momento sua madre era, senza dubbio, inginocchiata di fronte al butsudan, o quantomeno legittima era la supposizione del figlio di immaginarla là. E proprio l’immagine della madre raccolta in preghiera occupava la mente di Taisho nel momento in cui egli dette di piglio alla pala e iniziò a scavare tra le traversine del binario, sotto le quali si accingeva, con l’ausilio del compagno, a piazzare la carica esplosiva. E il disco lunare del volto materno declinava sotto la curva delle prostrate spalle, mentre le labbra mormoravano una lode al Buddha Amida. Nel distaccarsi dalle labbra, dipinte di un carminio naturale e risaltanti sui bianchi cretti delle rughe che le attorniavano, nel distaccarsi le sillabe prendevano la forma di un vortice o di una spirale, entrambe con gli assi di simmetria giacenti nella rabbrividita notte mancese, esattamente sovrapposti allo spazio occupato dalla colonna vertebrale di Taisho, attorno alla quale avvolgevano una supplice vibrazione, cosicché il giovane guastatore ne riusciva protetto, blandito da un sentimento augurale e benevolo.
Si era fatto, attorno, un silenzio denso, quasi palpabile. Spioveva adesso sui gesti frettolosi dei soldati che, una volta piazzata la dinamite, ora si allontanavano reggendo tra le braccia il detonatore. Il paesaggio era svanito nei riflessi di un gelido cristallo, impenetrabile alla vista, del quale il freddo affilava gli spigoli, li configgeva sotto le intrise uniformi dei soldati, nella pelle assiderata e livida. Le consegne prescrivevano che i due attendessero l’arrivo del treno diretto a Mukden e che la carica fosse innescata quando il locomotore fosse giunto a un cho dal luogo dell’esplosione, affinché il macchinista non avesse il tempo per arrestare il convoglio. L’attesa parve interminabile, scandita dal tremito insistente delle mascelle dei soldati, che mordevano l’aria agghiacciata con metronomica paratassi. Taisho pensò ancora alla madre. La immaginò mentre teneva sul palmo della mano la ihai , sulla quale un monaco buddista aveva scritto il nome che Shigetaro aveva preso dopo la morte. La vide avvicinare agli occhi la tavoletta e annodare attorno ad essa un biglietto di carta di ibisco. Senza dubbio era un voto offerto affinché il figlio le tornasse vivo dalla guerra; Taisho ne aveva opprimente cognizione, unita alla lucida coscienza dei propri gesti che, con solerte automatismo, approntavano l’imminente esplosione.
Giacché gli ottativi dell’anima si avverano soltanto qualora la fede, o la persuasione, siano abbastanza salde da ricomporre le contraddittorie macerie della volontà, Taisho si astraeva dallo spazio fisico che lo separava dalla madre, con tale intensità, e incrollabile, da figurarsi distintamente la schiena di lei, che si inarcava e tornava a prostrarsi dinanzi alla statua del Buddha, con ossequiente ostinazione. Cosa era cambiato da quando Taisho era stato bambino, accovacciato assieme ai genitori davanti al povero desco, oppure in preghiera davanti al piccolo altare domestico? La madre raccoglieva dalla mensola del butsudan una ciotola di riso e si voltava ruotando sulle ginocchia, con senile indugio. Il movimento di lei, tuttavia, non era appesantito dall’oneroso e ovvio vincolo della gravità, i geta non compulsarono sulle tavole del piancito con la goffa sollecitudine necessaria ad impartire alle anche l’opportuna torsione; pareva piuttosto che ella galleggiasse nell’aria ombrosa della stanza, sostenuta da fili invisibili, quasi che la volontà di lei si trasmettesse al corpo non per la tribolatoria via di nervi e muscoli, ma secondo una più ineffabile intenzione, se non trascendente quantomeno impersonale, cosicché infine si arrestò, la ciotola sollevata in alto e il capo nascosto tra le braccia protese, e fu immobile, circonfusa dalla serena levità che l’artista ritrova nell’eidetico equilibrio del soggetto di cui coglie la forma da sottrarre all’ottusità del reale, ridisponendo ogni parte della sua composizione nell’armonia di una nuova specie di necessità, che va portando alla luce. Nel movimento di lei, lento e deciso, al compiersi del quale, adesso, offriva il dono che la pianta del riso aveva distillato dall’acqua e dal fango, nel movimento di lei si librava la quiete di un limpido mattino, quale in un paesaggio del monaco Sesshu ne galleggiano di alte colline, al di sopra di un ristoro di acque placide, prolungati fino ad un’estate che è la stessa ed è un’altra, come la collina riflessa nella mano dell’artefice. Un’impreveduta brezza emerse dalla crespa superficie marina, di intenso azzurro, e accarezzò il volto pallido della madre, le sciolse il nodo che raccoglieva i capelli dietro la nuca, cosicché la loro erba corvina si dispiegò nell’aria, culminò ad indicare un luogo assente e, mentre il soffio del refolo si sfaceva con un fremito stordente, i capelli ricaddero, inerti, sopra la seta del kimono.

Tale complessità, sia dal punto di vista della trama che della ricerca e conoscenza approfondita del mondo storico e sociale del periodo giapponese antico, pone il romanzo in controtendenza rispetto a tanta narrativa minimalista e improvvisata.
E nonostante l'autore parli di due vicende ben definite e circoscritte dal punto di vista cronologico, non siamo tuttavia di fronte ad un saggio storico ma ad un'opera narrativa che si presta ad essere attualizzata in quanto il lettore moderno si può identificare per la vicenda umana narrata, il rapporto con la natura, la profonda ricerca del significato dell'esistenza, nonché il principio secondo cui "chi accoglie un beneficio con anima grata, paga la prima rata del suo debito" (Seneca, De benefìcis, II, 22, 1).
Dal punto di vista linguistico, la ricercatezza e la forza evocativa del linguaggio, contribuisce a conferire alla narrazione quell'andamento e ritmo di classicità e quella patina arcaizzante, calando la storia nell'epoca: «Lungo la baia, sul fluttuante specchio lambito dai raggi del sole equinoziale...» (dal prologo) e ancora «(...) principiava un camminamento »(p. 53); «II torpore del sonno gravava le membra... (p. 97).
Non si tratta comunque unicamente di un romanzo di riflessione filosofico-esistenziale, ma che propone anche numerosi eventi storici ed un'azione ed avventura vivace ed intensa, basate anche su viaggi, battaglie e incontri vissuti dai vari protagonisti.
In quest'ottica possiamo parlare di commistione fra vari generi letterari riuniti in una trama fluida e accattivante, frutto della sensibilità e bravura di Giancarlo Micheli, autore che propone un tipo di narrative del tutto originale che fanno di lui una voce riconoscibile nel panorama letterario contemporaneo.
Valeria Serofilli

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lunedì 16 aprile 2012

Per una teoria del romanzo nella fase suprema dell’imperialismo

articolo pubblicato sulla rivista Cultura e prospettive, supplemento de Il Convivio (anno XIII, n.1 - Gennaio-Marzo 2012)

Durante il secolo scorso – il ventesimo secondo una convenzione cronologica che è propria dell’uso comune non meno che del canone storiografico –, che un insigne storico quale Eric Hobsbawm definì “secolo breve”¹ per designare in una formula icastica l’accelerazione dei processi antropologici, assai vertiginosa e nient’affatto scevra di conseguenze nocive, dalla quale fu caratterizzato, durante questo secolo che riverbera i propri effetti sul nostro presente in misura considerevole e, per molti aspetti, determinante, si compirono trasformazioni sociali e cognitive tali da sconvolgere in profondità il senso che la specie umana fonda in se stessa e nella propria relazione con la natura che abita. Scoperte – o forse invenzioni linguistiche ad arguire sulla base di posteriori elaborazioni concettuali della psicologia dinamica – quali quella freudiana dell’inconscio, ovvero intuizioni matematiche quali quella espressa nella forma elegante e aporistica del teorema di Gödel², hanno agito sulle interpretazioni del mondo e sulla vita reale delle donne e degli uomini assai più in profondità di quanto il senso comune non sia disposto a concedere, non meno di quanto accadde nel corso dell’Umanesimo e del Rinascimento in corrispondenza alla scoperta delle leggi della prospettiva o all’esplorazione dei nuovi continenti.


Il romanzo senza romanzo e la società dei monopoli spettacolari

Non vi è dubbio che l’introduzione su vasta scala di macchine automatiche nella produzione dell’industria, avvenuta a partire dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e massicciamente proseguita nel successivo, abbia avuto conseguenze antropologiche decisive, sebbene le si possa sperare non definitive. Il modello che guidò tale sviluppo fu quello americano del taylorismo, il quale vide gli albori nel tempo del crollo dei regimi politici dell’assolutismo e condusse ben presto gli Stati Uniti, dove esso allignò in coincidenza con lo spettacolare flusso migratorio che, dalle regioni povere dell’Europa meridionale e orientale, si riversò a soddisfare la domanda di manodopera non specializzata che l’apparato tecnico dei nascenti monopoli economici andava formulando in termini di anno in anno più imperativi e categorici, condusse gli Stati Uniti ad una rapida conquista della supremazia nel novero delle potenze imperialiste. È la tesi di alcuni storici autorevoli, come Karl Polanyi³, che il processo inauguratosi allora abbia portato alla dissoluzione dell’ordine liberale ottocentesco, fondato sui cardini ideologici del mercato autoregolato, del liberalismo politico e della base aurea del valore di scambio, fino a sostituirlo con l’attuale dominio del capitalismo finanziario, ben concreto spettro che, ancora oggi, fa aleggiare sul mondo l’autentica minaccia della propria eternità fittizia. Tale mutamento si compì, potremmo aggiungere, attraverso l’assimilazione di ciò che, nei primi decenni del ventesimo secolo, era apparso all’orizzonte della storia con i crismi dell’irriducibilità dialettica al discorso della civiltà capitalistica, vale a dire attraverso l’assimilazione di non pochi caratteri costitutivi dei regimi totalitari della società di massa: il socialismo di Stato sovietico, il nazionalsocialismo e i fascismi di vario genere e caso. Il prezzo che l’umanità ha dovuto pagare in questa transizione epocale è stato esoso quanto non può sfuggire a chiunque prenda in esame, sia pure in modo superficiale e senza particolari coinvolgimenti emotivi, i conflitti mondiali nelle cui tragiche vicissitudini lo sterminio è stato applicato su scala industriale. Se soltanto lungo una digressione tanto ampia, che ad alcuni sarà potuta apparire persino peregrina, ci è stato possibile avvicinare il nucleo delle riflessioni che intendiamo sviluppare attorno ad alcuni concetti della teoria del romanzo, sarà stato per non tenersi discosti dall’orbita intellettuale di un pensiero che ha gettato molta luce su tali argomenti, quello di Michail Bachtin, il quale scrisse nel saggio Il problema della creazione letteraria: “Il concetto di estetico non può essere derivato per via intuitiva o empirica dall’opera d’arte: esso allora sarà ingenuo, soggettivo e instabile; per autodefinirsi in modo sicuro e preciso esso deve definirsi relativamente alle altre sfere nell’unità della cultura umana”. È chiaro come l’esigenza di sistematicità che si rivela nell’opera di Bachtin affondi le proprie radici nella filosofia dialettica hegeliana, dalla quale egli trasse la linfa necessaria a farne germogliare una formulazione scientifica della tipologia strutturale del discorso proprio al genere narrativo del romanzo, che egli ebbe cura di verificare negli studi monografici dedicati a Rabelais e Dostoevskij. Dopo averne individuate le categorie fondamentali della pluridiscorsività e della plurivocità, ad esso peculiari, egli approdò ad una definizione tanto sintetica quanto rivelatrice, secondo la quale il discorso proprio a tale genere letterario consisterebbe nel “discorso dell’altro nella lingua altrui”. Una disciplina che prese origine dalle evoluzioni della linguistica e della filosofia del linguaggio novecentesche, vale a dire la semiologia, ha contribuito a produrre significative conferme alle tesi del pensatore di Orël. La “scuola di Tartu”, radunata attorno alle personalità carismatiche di Jurij Lotman e Boris Uspenskij, elaborò una concezione dinamica dello sviluppo delle culture sulla base della eterogeneità interna di ciascuna e delle relazioni inclusive che ciascuna pone in essere nei confronti di quelle contigue. Un esempio cui i semiologi di Tartu ricorsero spesso, allo scopo di suffragare le proprie teorie, riguarda la denominazione che al tempo della Russia medioevale era riservata alle popolazioni stanziate ai confini del Principato di Kiev, le quali, gradualmente, abbandonavano la vita nomade per assimilarsi agli usi e alle consuetudini autoctone: naŝi pojanii, cioè “i nostri pagani”, “i nostri estranei”. Nel rispecchiamento dei fenomeni sociali e politici che favoriscono il contatto e la mescolanza delle culture ogni particolare lingua letteraria forgia i propri specifici strumenti evolutivi secondo i criteri della similarità (linea metaforica) e della contiguità (linea metonimica), tanto da lasciar riconoscere una connaturale ed uniforme tendenza a strutturarsi in analogia con i flussi migratori delle popolazioni e delle conoscenze.


Il sistema nervoso dell’imperialismo e i riflessi della storia culturale italiana

Nella storia della cultura italiana è ben nota la rilevanza assunta in lunghi secoli dalla questione della nascita di una lingua nazionale, a partire dal principio del Trecento e dal primo Umanesimo, con l’affermarsi delle lingue volgari sulla κοινή aristocratica della latina, e fino all’Ottocento, all’epoca del compimento dell’unità politica, attraverso lo sforzo di elaborazione teorica e creativa che impegnò le personalità intellettuali più autorevoli, da Alessandro Manzoni a Francesco De Sanctis. Nei Quaderni dal carcere, che redasse dal 1929 al 1935, Antonio Gramsci lamentò l’assenza di un carattere nazionale-popolare della lingua letteraria italiana e castigò la maggior parte degli scrittori del suo tempo conferendo loro il titolo, tanto sprezzante quanto ben giustificato, di “nipotini di Padre Bresciani”. Al contempo, egli notò che negli strati borghesi della società, dove si contava allora la larga maggioranza dei lettori nonché la base morale e politica del regime fascista, le letture più in voga erano quelle dei romanzi d’appendice, inglesi e soprattutto francesi, disponibili in traduzione e pubblicati in edizioni economiche relativamente ben distribuite. Commentando una Lettera a Piero Parini sugli scrittori sedentari di Ugo Ojetti, apparsa sulla rivista Pegaso del Settembre 1930, Gramsci scrisse: “In Italia è sempre esistita una notevole massa di pubblicazioni sull’emigrazione, come fenomeno economico-sociale. Non corrisponde una letteratura artistica: ma ogni emigrante racchiude in sé un dramma, già prima di partire dall’Italia. Che i letterati non si preoccupino dell’emigrato all’estero dovrebbe far meno meraviglia del fatto che non si occupino di lui prima che emigri, delle condizioni che lo costringono a emigrare ecc.; che non si occupino cioè delle lacrime e del sangue che in Italia, prima che all’estero ha voluto dire l’emigrazione in massa. D’altronde occorre dire che se è scarsa (e per lo più retorica) la letteratura sugli italiani all’estero, è scarsa anche la letteratura sui paesi stranieri. Perché fosse possibile, come scrive l’Ojetti, rappresentare il contrasto tra italiani immigrati e le popolazioni dei paesi d’immigrazione, occorrerebbe conoscere e questi paesi e… gli italiani.”
L’odierno apparato delle patrie lettere e la sua concreta funzione di agente nel più vasto ambito della cultura nazionale offre, all’analisi, elementi di chiara analogia con quanto Gramsci descrisse in relazione al proprio tempo, senza lesinare strali e sarcasmo. In merito alla capacità di rappresentare, nell’indipendenza estetica che deve esserle propria, le contraddizioni reali della società e della vita, sembra essersi accresciuto il deficit della produzione letteraria nazionale rispetto a quella europea e americana ma, soprattutto, rispetto a quella dei paesi cosiddetti emergenti. L’ottimo giornalismo di denuncia di Roberto Saviano, ad esempio, se ha consentito all’autore di Gomorra l’agevole, e forse meritato, accesso ad una posizione di rendita tra i simulacri nazional-popolari della locale società dello spettacolo, manca tuttavia ad almeno due funzioni imprescindibili e connaturali ad un’arte letteraria che risponda alle istanze, etiche ed estetiche, poste dalla situazione cui essa aggiunge il proprio discorso: quella di esprimere, nel loro senso storico, i temi di cui tratta (l’apporto conoscitivo dell’opera di Saviano ad una più profonda comprensione della questione meridionale o a quella dei rapporti strutturali tra violenza di Stato e violenza criminale, appare, in definitiva, ben più mediocre di quanto non sia stata sopravvalutata) e l’invenzione di una lingua letteraria propria e personale, che tragga alimento dai linguaggi e dai codici della realtà viva che raffigura affinché ne riescano demistificati nella chiarezza e distinzione peculiari all’arte.
Nell’epoca del regime globale dell’economia finanziaria, i meccanismi di regolazione e distribuzione della violenza necessaria a conservare in equilibrio la riproduzione del capitale e quella della specie agiscono, ovunque, secondo criteri omogenei, applicati con appena lievi adattamenti sotto tutte le bandiere e tutte le latitudini. Come la lingua nell’uso concreto, così anche la lingua letteraria risente di tale deleteria involuzione, cosicché essa tende a discostarsi sempre meno dal grado zero di una complice neutralità, dove si trovi ridotta ad una mera funzione commerciale, all’intrattenimento della torpida e indolente coscienza contemporanea, lontana dalla specie quanto il capitale dista dalle esigenze e dai bisogni reali delle donne e degli uomini che asservisce.
In un suo saggio del 1973 Lucien Goldmann indicava nel “romanzo senza romanzo” la “struttura romanzesca omologa al capitalismo dei monopoli”. Nel solco dove il critico marxista poneva il dito della propria analisi si potevano contare, già allora, esempi di una copiosa tradizione sperimentale, dal romanzo modernista di Joyce o dadaista di Roussel, ai “non romanzi” surrealisti di Breton e Aragon, al Nouveau Roman di Queneau, Robbe-Grillet o Marguerite Duras. Con classico e canonico ritardo la ricerca letteraria italiana tentò di accodarsi a tali direttrici non prima degli anni sessanta, risentendo in ciò di una duplice serie di effetti negativi: quella inerente al tardivo ed imperfetto conseguimento dell’unità politico-culturale e quella relativa al conformismo morale, imposto dapprima dall’atavica egemonia cattolico-clericale e poi, attraverso la violenza intimidatoria e la censura, nel corso del ventennio fascista.
Assecondando la sua vena caustica e viscerale non meno che lucida e illuminante, Pier Paolo Pasolini scriveva nel saggio La fine dell’avanguardia¹⁰: “Ripeto: la caduta della nozione di impegno, come nozione-civetta, ha trascinato con sé, nella caduta, la problematicità tout court, la contestazione, l'individuo, che protesta, l'anormale, il Diverso ecc. Ma qual è stato l'effetto di questo odioso bisogno di stabilità e livellamento delle borghesie, di questa oscena salute del neocapitalismo? Il più incredibile e il più naturale. Una reviviscenza, diffusa, violenta, scandalosa e popolare, fino ad arrivare ad essere di moda, della problematicità pura e semplice, della contestazione, dell'individuo che protesta, dell'anormale, del Diverso ecc.! Che sono giunti - nell'accanimento del difendersi e del disperarsi - a una sorta di aggressivo esibizionismo; disancorandosi e distinguendosi dalla protesta razionale del marxismo; o addirittura ignorandolo, come avviene soprattutto in America. Di fronte a questo revival anarchico non violento, ogni altra forma di contestazione alla società - e nella fattispecie alle sue élites letterarie - sembra soltanto letteraria. In confronto mettiamo a Ginsberg, tutti i contestatari linguistici appaiono degli abatini – come un giornalista imitatore di Contini, chiama i giocatori di calcio graziosi e accademici. Tutta l'avanguardia italiana, per esempio (a parte certi arrivisti, volgari e quasi fìsicamente ripugnanti) è composta di tali abatini. Se dovessi definirli, direi che sono uomini che ripetono, e vogliono ripetere, con puntiglio quasi femmineo e provocatorio, le caratteristiche paterne… Ma ciò è da loro pacificamente ammesso (con altre parole, s'intende!). Poiché tutto è cominciato da parte loro, con un colpo di scena: cioè con la dichiarazione della propria dissociazione tra il fare linguistico e l'essere nella vita. Il fare linguistico consisteva in una pura e semplice battaglia linguistica contro la borghesia così com’è, allo stesso modo per esempio, che un missino – per un esibizionismo che coincide con la scandalosa scelta del conformismo – accetta l'Autorità”. Non è difficile rinvenire un’analogia tra questo passo dai toni parenetici e quanto Gramsci scriveva dal carcere per esecrare la patria avanguardia storica par excellence, le cui connivenze con il regime non ammontarono a poca ignominia: “I futuristi. Un gruppo di scolaretti che sono scappati da un collegio di gesuiti, hanno fatto un po' di baccano nel bosco vicino e sono stati ricondotti sotto la ferula dalla guardia campestre”.
 
 
La ricomposizione dell’oggetto estetico
 
Il valore della critica che in Italia si espresse in pagine particolarmente lucide e appassionate come quelle di Gramsci o Pasolini risiede più che nell’adesione militante ai temi della realtà viva da cui la rappresentazione letteraria trae motivo ed alimento, più che in una fiducia del tutto laica nei possibili effetti pragmatici del lavoro di scrittura, risiede piuttosto nell’equanime enfasi posta sugli elementi etico e conoscitivo dell’architettonica narrativa, i quali, sebbene eterogenei all’elaborazione propriamente estetica, costituiscono di essa il contenuto, lo sfondo dinanzi al quale la composizione artistica fa emergere la necessità del proprio senso e risveglia la bellezza dal sonno inerte dei meri materiali linguistici.
Se già Dostoevskij, all’interno di un corpo narratologico ancora “figurativo”, esplorò i bassifondi e le latebre della residua anima umana e del mondo ben prima della vigilia delle carneficine meccanizzate dalle cui tragiche deflagrazioni la storia della letteratura occidentale proseguì e perseverò fino alle sofferte conquiste della soggettività esplosa e dei suoi contesti in frantumi e macerie – attraverso i capolavori di Joyce o Williams, Bulgakov o Crevel, Yourcenar o Canetti, Bataille o Klossowski –, affinché la forma del romanzo possa rispecchiare la monodimensionalità delle strutture antropologiche e sociali lungo i cui segmenti l’individuo contemporaneo patisce la quotidiana dimostrazione della propria impossibilità concreta, è necessario, oggi come sempre, l’emergere del genio creativo che, al di là delle lenti ideologiche dietro il cui vitreo schermo la società dello spettacolo vede se stessa e addestra la miopia degli sguardi e delle prospettive, ricomponga l’immagine sensibile dove si prefiguri l’umanità affrancata dai vincoli economici oppressivi e dal feticismo delle merci, dove si lasci presagire la libera circolazione del sogno nella realtà.
Con la sua opera monumentale Il principio speranza, il filosofo Ernst Bloch tracciò alcune linee direttrici indispensabili affinché il movimento alla volta dell’arte letteraria che i cicli della storia richiedono sia verificato attraverso i suoi conseguimenti parziali e necessari: “Poiché nel mondo borghese la situazione va sempre peggio, anche qui il sogno non scompare. Ma conserva una certa fre-schezza solo se si annuncia in un gruppo e per il suo futuro. Quando invece il domani che si dipinge è un quadro globale, sul piano tardo-borghese diviene per lo più menzogna, nel caso migliore un gioco o una romanticheria. Questi ultimi due generi debbono comunque essere affrontati, poiché hanno quanto meno mantenuto a galla l'inclinazione all'utopia”¹¹. Nell’attuale società globalizzata, che apologizza la perdita dell’aura che la propria infingarda smemoratezza ha confinato tra i cimeli dell’archeologia dello spirito, nell’attuale atmosfera adattata alle respirazioni artificiali e ai rantoli del fantasma del capitale finanziario e i cui asettici cataboliti si depositano, in pegno alla vita, sui contraltari del feticismo e della reificazione, è saggio riporre grandi speranze nell’arte della scrittura, in primis nella forma del romanzo, giacché essa, per sua interiore essenza, unisce e distingue forma e contenuto. Scriveva Michail Bachtin, a conclusione del suo saggio Il problema della creazione letteraria: “Dopo tutto quello che abbiamo già detto, deve essere chiaro che l'oggetto estetico non è una cosa, poiché la sua forma (più esattamente, la forma del contenuto, dato che l'oggetto estetico è un contenuto organizzato formalmente), nella quale io sento me stesso come soggetto attivo e nella quale io entro come suo necessario momento costitutivo, non può essere, naturalmente, forma di una cosa, di un oggetto”. Soltanto una soggettività creatrice coltivata con amore e coscienza, radicata nel proprio senso storico, saprà rispecchiarsi in una letteratura che sia all’altezza delle emergenze e delle contraddizioni del presente, saprà essere guida, lungo la persistente via della bellezza, verso l’umanità finalmente libera da passioni nocive e velenose, verso un mondo infine abitabile, fino al “qua e ora” dove il volto umano si riconosce, riflesso nella pupilla dell’altro, distinto ed identico a sé.
Giancarlo Micheli

[1] Eric Hobsbawm, Il secolo breve (Rizzoli, Milano 1995).
[2] Il matematico Kurt Gödel (1906-1978) dimostrò, nel celebre teorema che da lui prese nome, che ogni sistema formale, strutturato cioè in una serie di assiomi e in un sistema di regole d’inferenza, non può essere allo stesso tempo coerente e completo: se il sistema è coerente, vale a dire non produce proposizioni contraddittorie, ci saranno proposizioni vere che il sistema non può dedurre; se, al contrario, il sistema è completo, vale a dire può produrre, con l’applicazione delle sue regole d’inferenza ai suoi assiomi, tutte le proposizioni vere, esso conterrà, necessariamente, proposizioni tra di loro contraddittorie.
[3] Karl Polanyi, The Great transformation (Holt Rinehart & Winston Inc., New York 1944); ed. it. La grande trasformazione (Einaudi, Torino 1974).
[4] Michail Bachtin, Estetica e romanzo (Einaudi, Torino 1979).
[5] Michail Bachtin, L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane (Einaudi, Torino 1988).
[6] Jurij Lotman, Tesi per una semiotica delle culture (Meltemi, Roma 2006).
[7] Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale (Editori Riuniti, Roma 1987).
[8] Antonio Bresciani (1798-1862), gesuita e critico letterario, si fece autore e promotore della retorica cattolica e antipatriottica.
[9] Lucien Goldmann, Pour une sociologie du roman (Gallimard, Paris 1973).
[10] Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico (Garzanti, Milano 1972).
[11] Ernst Bloch, Das Prinzip Hoffnung (Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1959); ed. It. Il principio speranza (Garzanti, Milano 1994).

Thomas Mann, il Nutritore

Il mito realista del Novecento e il realismo mitico di un ex-impolitico

estratto di un saggio pubblicato nel volume collettaneo Il Mito nel Novecento letterario (Limina Mentis, Monza 2012)

La nostra breve navigazione, che imprimerà alcuni solchi sulla superficie del mito della letteratura novecentesca, tra le due rive contrapposte del mare di tale mito inteso quale soggetto e quale oggetto, prende il via dai giorni di primavera dell’anno 1936. Erano trascorsi pochi mesi da quando l’autore del Mein Kampf aveva ordinato ai reggimenti della Wehrmacht di marciare sulla zona demilitarizzata della Renania, ricevendo l’implicito avallo delle potenze occidentali, le quali non ritennero di dover compromettere i fragili equilibri politici e strategici del continente e rinunciarono, pertanto, ad una difesa intransigente dei trattati di Versailles. Fu quello il primo movimento della cacofonica partitura con la quale Adolf Hitler, orchestrando i propri organici di squadre aeree e divisioni corazzate lungo lo sviluppo del Leitmotiv wagneriano dell’azzardoso esordio, poté annettere al Reich tedesco, in rapida successione, l’Austria nel marzo 1938, la Cecoslovacchia nel marzo 1939, per poi tentare di ripetersi con la Polonia alla fine dell’estate di quel medesimo anno, secondo una struttura triadica che lascerebbe quasi supporre una rigorosa osservanza dei canoni morfologici della fiaba come li aveva riconosciuti Vladimir Propp¹, sebbene non sia facile dire con quale effettivo contributo della consapevolezza formale del Führer.
Quella primavera dell’anno 1936, nondimeno, doveva ancora vedere la guerra di sterminio infierire sulle inermi popolazioni civili, le donne e gli uomini d’Europa dovevano ancora conoscere gli estremi corollari della Gleichschaltung² nazista e l’estremo termine sillogistico della Endlösung³, dovevano vivere ancora un ben pernicioso decennio prima di poter leggere la celebre frase di Adornosecondo la quale, dopo Auschwitz, non sia più possibile fare poesia. Sono, quindi, pienamente giustificati il tono e il contenuto della captatio con cui Thomas Mann introdusse il discorso che l’Associazione accademica viennese lo invitò a pronunciare in onore delle celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Sigmund Freud:

Che cosa legittima un poeta a fare l'oratore ufficiale in onore di un grande scienziatio? O, se è concesso stornare una tale questione di coscienza su al¬tri, su coloro che credettero di dover designare un poeta a questo ufficio: come si giustifica che una società di dotti, in questo caso un'Associazione accademica di psi¬cologia medica, non affidi a una persona del ramo, a un uomo di scienza, l’incarico di celebrare con la parola l’alto giorno del proprio maestro, ma l’affidi invece a un poeta? A uno spirito, dunque, non rivolto essenzialmen¬te alla scienza, all'analisi, all'indagine conoscitiva, bensì alla spontaneità, alla sintesi, alla creatività ingenua, a uno spirito che, nel migliore dei casi, può diventare oggetto proficuo di conoscenza, senza tuttavia, per sua natura e destinazione, arrivare mai a esserne soggetto?

La conferenza si tenne l’8 maggio 1936, presso la Konzerthaus della gloriosa città che, per meno di due anni ancora, sarebbe rimasta la capitale della Repubblica austriaca indipendente. Una folla ammirata ed ossequiosa gremì ogni ordine di posti della capiente sala, ma tra tanti personaggi illustri e ancor più numerosi umili ed oscuri mancò il padre della psicoanalisi, cui il precario stato di salute, già minato in profondità dal cancro alla mascella, non aveva consentito di ricevere il meritato omaggio; ciononostante, ne sortì una autentica festa della Cultura, ben congegnata ed eseguita, nella più nobile tradizione dell’ingegnosità e della serietà borghesi, delle quali sia il medico di Příbor che lo scrittore di Lubecca furono i legittimi campioni e beniamini.
Altre feste, di superiore ambizione ecumenica e di maggiore impatto sulla nascente società dello spettacolo, avvinsero nei mesi immediatamente successivi la pubblica opinione e la esaltarono, in taluni casi fino al culmine di veri e propri tripudi di massa: i Giochi olimpici dell’agosto berlinese, che la brillante cineasta Leni Riefenstahl ritrasse nelle inquadrature di spregiudicata modernità del suo capolavoro in due tempi, Olympia – Fest der Völker und Fest der Schönheit, o la stessa Mostra Internazionale di arte cinematografica di Venezia, che giunse in quell’estate alla quarta edizione e che, due anni dopo, nell’anno dell’Anschluss, premiò proprio la germanica vedette, allorché la di lei pindarica opera, in seguito a laboriose cernite e revisioni, uscì dalla sala di montaggio giusto in tempo perché sull’aprica ribalta del Lido all’autrice fosse conferita la prestigiosa Coppa Mussolini, per mano del conte Giuseppe Volpi di Misurata, presidente di Confindustria dal 1934, nonché fondatore del polo petrolchimico di Porto Marghera, nonché ex-governatore della Libia in non sospetta età giolittiana, nonché presidente della rassegna dedicata all’arte cara alla più giovane delle Muse, e per mano ausiliaria del Segretario generale della medesima rassegna, nonché Commissario del Sindacato Nazionale Fascista di Belle Arti, nonché Deputato della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, vale a dire del Maestro Antonio Maraini, scultore di fama internazionale e nonno della non meno celebre Dacia, scrittrice rinomata nei patrii ambiti letterari del gauchisme borghese contemporaneo. Benché ci vogliano davvero un’anima bella e una bella ingenuità per ravvisare i caratteri del meraviglioso in metamorfosi di simile portata, pure una mente ordinaria può, oggi, persuadersi, in base ad esse, che, quand’anche non all’intero corpo dei cittadini di un moderno Stato democratico, quantomeno ai borghesi di buona famiglia è garantito il diritto, previo un attento studio dei fondamenti psicoanalitici, di emendare le colpe dei propri avi in un lasso di tempo assai breve, conseguendo già alla terza generazione risultati vistosi e di pubblico dominio. Miseria dell’eccellenza ed eccellenza della miseria, nei cui specchi in frantumi l’arrogante superbia dei potenti di ogni epoca scambia senza difficoltà la fine con il principio, conservandosi, pur tuttavia, nel fermo convincimento di averli congiunti una volta per tutte.
Riprendiamo, dunque, la barra del timone per riportare la rotta verso la mèta che ci siamo prefissa. Al fine di riparare al doloroso inconveniente dell’assenza del padre della psicoanalisi, in segno di affetto e devozione verso di lui, alcuni giorni dopo la trionfale conferenza della Konzerthaus, Thomas Mann si recò al numero 19 della Bergasse, dove lesse di nuovo il testo al quale, in guisa di ulteriore atto di stima, aveva assegnato il titolo di Freud und die Zukunft ispirandosi a quello di uno dei saggi più geniali e coraggiosi del maestro, e stavolta poté farlo dinanzi alla veneranda autorità cui lo aveva dedicato. Se, dunque, l’incontro tra quei due uomini illustri poté essere pubblicamente percepito come una simbolica cerimonia di alleanza tra la scienza e le arti liberali, si può presumere che la loro comunicazione andasse, in privato, al di là della mera ottemperanza liturgica e inerisse, piuttosto, il carattere e il destino di entrambi, esprimesse la condivisa attitudine a concepire interpretazioni del mondo le quali, ciascuna nelle proprie peculiarità, avessero risolutive omologie con la realtà psichica di esso e contemplassero non meno coerenza che spostamenti e deformazioni rispetto alla superficie degli eventi decisivi della storia umana, quali alle loro cognizioni potevano offrirsi soltanto nella forma del presagio. [...]
Giancarlo Micheli

[1] Vladimir Jakovlevič Propp, Morfologia della fiaba, Roma, Newton Compton, 1976.
[2] Letteralmente “coordinamento”, designa i metodi e le procedure attraverso cui lo Stato nazionalsocialista esercitava un controllo totale su ogni aspetto della vita dell’individuo.
[3] “Soluzione finale”; vedi: Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 1964.
[4] Theodor W. Adorno, Prismi, Torino, Einaudi, 1972, p. 22.
[5] Thomas Mann, Freud e l’avvenire in Nobiltà dello spirito e altri saggi, Milano, Mondadori, 1997, p. 1378.
[6] Sigmund Freud, L’avvenire di un’illusione, Roma,  Newton Compton, 2010.


chi voglia leggere il saggio per intero, faccia clic qua

sabato 17 dicembre 2011

“La grazia sufficiente” e le strade dell’uomo

recensione pubblicata su
Bibliotecagiapponese.it


Vi fu un tempo, nel medioevo, in cui i dotti e i pensatori disputarono alacremente circa il numero di angeli capaci di danzare sulla punta di uno spillo. Non si trovò una soluzione univoca.
Alcuni secoli più tardi, in un’Europa che vede il Rinascimento cedere al Barocco, lo sguardo dei dotti s’alza al cielo e va a frugare nell’imperscrutabile volontà divina, per cercare risposte alle nuove inquietudini suscitate dalla diffusione del protestantesimo. Chi può un giorno aspirare alla gloria post mortem? Varranno qualcosa le opere di bene, i lunghi digiuni, le interminabili litanie, o è sufficiente la grazia concessa dal Signore? Dio nel segreto ha già stabilito i prescelti per il Suo regno, e dunque nessun gesto umano è in grado di mutare la sorte assegnata?
Le contese teologiche ben presto si legano a quelle politico-economiche e, dal cuore del Vecchio continente, raggiungono persino le sponde del Giappone, arcipelago noto tra il Cinquecento e il Seicento per le merci rare e preziose che offre ai mercanti intrepidi pronti a sfidare oceani e tempeste pur di accaparrarle. Baruch Dekker – ci racconta Giancarlo Micheli nel suo denso romanzo La grazia sufficiente (Campanotto, pp. 117, 2010) – è uno di questi. Ebreo olandese che ha abbandonato famiglia e patria sin da bambino pur di confondere il suo destino con quello dei flutti, giunto all’apice della sua carriera come capitano, finisce per naufragare rovinosamente nella baia di Nagasaki.
Da quella che pare esser la sua fine si origina invece una nuova vita, segnata dall’avventurosa ricerca del conterraneo Deyman – ora al servizio dello shogunato dei Tokugawa – e, soprattutto, di un complesso equilibrio con una cultura ermetica a partire già dai suoi caratteri di scrittura, capace però di dispiegare con generosità le sue meraviglie a tutti coloro che le si accostano con riverenza. Simile a un Ulisse che ben conosciamo, il navigatore intraprende il viaggio per le lande orientali negli anni in cui, nelle sue terre, sta nascendo un più celebre Baruch, destinato a divenire uno dei fondatori della filosofia moderna. Il cammino – che copre larga parte della prima metà del XVII secolo, una delle ere più travagliate della storia nipponica – è costellato di lotte fra clan rivali, persecuzioni contro i missionari cristiani, astuti espedienti e colpi di scena, ma rivela anche imprevedibili bellezze, impreziosite da una grazia tutta umana: le raffinatezze del teatro Nō, la squisita fattura dei versi del Kokin waka shū, la profondità incommensurabile dei testi degli illuminati.
A questa storia, con somma naturalezza, si intreccia quella novecentesca di Taisho, giovane di umili origini, ma fiero del suo modesto lavoro per la buona causa del Monbushou, il ministero imperiale promotore di un’educazione rispettosa dei principî tradizionali nipponici, nel contempo attenta ai moderni valori occidentali. La sua esistenza è scandita da piccole cose: la livrea da usciere ben stirata, il passo marziale e un poco ridicolo, la ciotola di riso consumata in compagnia dell’amata madre, devota al culto del marito ucciso in guerra per la grandezza del Giappone. Il ricordo paterno perseguita Taisho che, schiacciato dai sensi di colpa, si arruola volontario, pronto a sacrificare la sua vita combattendo contro i cinesi per il controllo della Manciuria (avvenuto nel 1931), in nome di un imperatore e di un paese che ripagano la sua devozione con un regolare salario da soldato e una baionetta per compiere onorevolmente seppuku (il suicido rituale) in caso di prigionia. Ma qualunque nobile gesto nelle sue mani sembra però destinato a tradursi in una malinconica e goffa pantomima, dal momento che Taisho, a dispetto del suo appellativo – intrepretabile fra l’altro come “grande vittoria” e “sonora risata” – non sa esser soddisfatto di sé: lo stato richiede obbedienza, l’ordine sociale rigore, la famiglia virtù, ed egli non è in grado di onorare tutto ciò.
La grazia sufficiente, sotto la veste di romanzo, nasconde in realtà un consistente midollo filosofico e spirituale. E’ un’opera colta, elaborata, a tratti impervia, dalle pagine levigate con acuta perizia. E il linguaggio – tanto cesellato e preciso da mostrare talvolta resistenze al lettore impaziente – custodisce tra i suoi termini ricercati, le sue volùte ampie, le sue inclinazioni inattese, un tesoro che va al di là dello stile.
Questa lingua senza tempo è fatta per raccontare una storia senza tempo: quella dell’anima.
Tra cantieri navali chiassosi e monumentali a ridosso dei mari del Nord, in piccole stanze chiuse da tatami e shōji, nelle baie meste dove riposano i naufraghi sognando il mare con una preghiera salata tra le labbra disseccate, in qualunque luogo e epoca, l’uomo ha sempre interrogato la propria coscienza: cosa ha valore e, soprattutto, cosa esiste davvero? La libertà di scelta, o l’esser prescelti da un destino casuale, celeste, beffardo, quale che sia?
Per la salvezza è necessaria la grazia sufficiente racchiusa in un benevolo sguardo divino, o quella ancor più rara dell’animo che – come giunco o stilla d’acqua – accetta serenamente la sua sorte, finita e inquieta. Perché, sebbene “[...] la via suprema non [abbia] nome e il discorso supremo non [abbia] parole”, la sola Via reale è quella che percorriamo.
Anna Lisa Somma