lunedì 16 aprile 2012

Per una teoria del romanzo nella fase suprema dell’imperialismo

articolo pubblicato sulla rivista Cultura e prospettive, supplemento de Il Convivio (anno XIII, n.1 - Gennaio-Marzo 2012)

Durante il secolo scorso – il ventesimo secondo una convenzione cronologica che è propria dell’uso comune non meno che del canone storiografico –, che un insigne storico quale Eric Hobsbawm definì “secolo breve”¹ per designare in una formula icastica l’accelerazione dei processi antropologici, assai vertiginosa e nient’affatto scevra di conseguenze nocive, dalla quale fu caratterizzato, durante questo secolo che riverbera i propri effetti sul nostro presente in misura considerevole e, per molti aspetti, determinante, si compirono trasformazioni sociali e cognitive tali da sconvolgere in profondità il senso che la specie umana fonda in se stessa e nella propria relazione con la natura che abita. Scoperte – o forse invenzioni linguistiche ad arguire sulla base di posteriori elaborazioni concettuali della psicologia dinamica – quali quella freudiana dell’inconscio, ovvero intuizioni matematiche quali quella espressa nella forma elegante e aporistica del teorema di Gödel², hanno agito sulle interpretazioni del mondo e sulla vita reale delle donne e degli uomini assai più in profondità di quanto il senso comune non sia disposto a concedere, non meno di quanto accadde nel corso dell’Umanesimo e del Rinascimento in corrispondenza alla scoperta delle leggi della prospettiva o all’esplorazione dei nuovi continenti.


Il romanzo senza romanzo e la società dei monopoli spettacolari

Non vi è dubbio che l’introduzione su vasta scala di macchine automatiche nella produzione dell’industria, avvenuta a partire dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e massicciamente proseguita nel successivo, abbia avuto conseguenze antropologiche decisive, sebbene le si possa sperare non definitive. Il modello che guidò tale sviluppo fu quello americano del taylorismo, il quale vide gli albori nel tempo del crollo dei regimi politici dell’assolutismo e condusse ben presto gli Stati Uniti, dove esso allignò in coincidenza con lo spettacolare flusso migratorio che, dalle regioni povere dell’Europa meridionale e orientale, si riversò a soddisfare la domanda di manodopera non specializzata che l’apparato tecnico dei nascenti monopoli economici andava formulando in termini di anno in anno più imperativi e categorici, condusse gli Stati Uniti ad una rapida conquista della supremazia nel novero delle potenze imperialiste. È la tesi di alcuni storici autorevoli, come Karl Polanyi³, che il processo inauguratosi allora abbia portato alla dissoluzione dell’ordine liberale ottocentesco, fondato sui cardini ideologici del mercato autoregolato, del liberalismo politico e della base aurea del valore di scambio, fino a sostituirlo con l’attuale dominio del capitalismo finanziario, ben concreto spettro che, ancora oggi, fa aleggiare sul mondo l’autentica minaccia della propria eternità fittizia. Tale mutamento si compì, potremmo aggiungere, attraverso l’assimilazione di ciò che, nei primi decenni del ventesimo secolo, era apparso all’orizzonte della storia con i crismi dell’irriducibilità dialettica al discorso della civiltà capitalistica, vale a dire attraverso l’assimilazione di non pochi caratteri costitutivi dei regimi totalitari della società di massa: il socialismo di Stato sovietico, il nazionalsocialismo e i fascismi di vario genere e caso. Il prezzo che l’umanità ha dovuto pagare in questa transizione epocale è stato esoso quanto non può sfuggire a chiunque prenda in esame, sia pure in modo superficiale e senza particolari coinvolgimenti emotivi, i conflitti mondiali nelle cui tragiche vicissitudini lo sterminio è stato applicato su scala industriale. Se soltanto lungo una digressione tanto ampia, che ad alcuni sarà potuta apparire persino peregrina, ci è stato possibile avvicinare il nucleo delle riflessioni che intendiamo sviluppare attorno ad alcuni concetti della teoria del romanzo, sarà stato per non tenersi discosti dall’orbita intellettuale di un pensiero che ha gettato molta luce su tali argomenti, quello di Michail Bachtin, il quale scrisse nel saggio Il problema della creazione letteraria: “Il concetto di estetico non può essere derivato per via intuitiva o empirica dall’opera d’arte: esso allora sarà ingenuo, soggettivo e instabile; per autodefinirsi in modo sicuro e preciso esso deve definirsi relativamente alle altre sfere nell’unità della cultura umana”. È chiaro come l’esigenza di sistematicità che si rivela nell’opera di Bachtin affondi le proprie radici nella filosofia dialettica hegeliana, dalla quale egli trasse la linfa necessaria a farne germogliare una formulazione scientifica della tipologia strutturale del discorso proprio al genere narrativo del romanzo, che egli ebbe cura di verificare negli studi monografici dedicati a Rabelais e Dostoevskij. Dopo averne individuate le categorie fondamentali della pluridiscorsività e della plurivocità, ad esso peculiari, egli approdò ad una definizione tanto sintetica quanto rivelatrice, secondo la quale il discorso proprio a tale genere letterario consisterebbe nel “discorso dell’altro nella lingua altrui”. Una disciplina che prese origine dalle evoluzioni della linguistica e della filosofia del linguaggio novecentesche, vale a dire la semiologia, ha contribuito a produrre significative conferme alle tesi del pensatore di Orël. La “scuola di Tartu”, radunata attorno alle personalità carismatiche di Jurij Lotman e Boris Uspenskij, elaborò una concezione dinamica dello sviluppo delle culture sulla base della eterogeneità interna di ciascuna e delle relazioni inclusive che ciascuna pone in essere nei confronti di quelle contigue. Un esempio cui i semiologi di Tartu ricorsero spesso, allo scopo di suffragare le proprie teorie, riguarda la denominazione che al tempo della Russia medioevale era riservata alle popolazioni stanziate ai confini del Principato di Kiev, le quali, gradualmente, abbandonavano la vita nomade per assimilarsi agli usi e alle consuetudini autoctone: naŝi pojanii, cioè “i nostri pagani”, “i nostri estranei”. Nel rispecchiamento dei fenomeni sociali e politici che favoriscono il contatto e la mescolanza delle culture ogni particolare lingua letteraria forgia i propri specifici strumenti evolutivi secondo i criteri della similarità (linea metaforica) e della contiguità (linea metonimica), tanto da lasciar riconoscere una connaturale ed uniforme tendenza a strutturarsi in analogia con i flussi migratori delle popolazioni e delle conoscenze.


Il sistema nervoso dell’imperialismo e i riflessi della storia culturale italiana

Nella storia della cultura italiana è ben nota la rilevanza assunta in lunghi secoli dalla questione della nascita di una lingua nazionale, a partire dal principio del Trecento e dal primo Umanesimo, con l’affermarsi delle lingue volgari sulla κοινή aristocratica della latina, e fino all’Ottocento, all’epoca del compimento dell’unità politica, attraverso lo sforzo di elaborazione teorica e creativa che impegnò le personalità intellettuali più autorevoli, da Alessandro Manzoni a Francesco De Sanctis. Nei Quaderni dal carcere, che redasse dal 1929 al 1935, Antonio Gramsci lamentò l’assenza di un carattere nazionale-popolare della lingua letteraria italiana e castigò la maggior parte degli scrittori del suo tempo conferendo loro il titolo, tanto sprezzante quanto ben giustificato, di “nipotini di Padre Bresciani”. Al contempo, egli notò che negli strati borghesi della società, dove si contava allora la larga maggioranza dei lettori nonché la base morale e politica del regime fascista, le letture più in voga erano quelle dei romanzi d’appendice, inglesi e soprattutto francesi, disponibili in traduzione e pubblicati in edizioni economiche relativamente ben distribuite. Commentando una Lettera a Piero Parini sugli scrittori sedentari di Ugo Ojetti, apparsa sulla rivista Pegaso del Settembre 1930, Gramsci scrisse: “In Italia è sempre esistita una notevole massa di pubblicazioni sull’emigrazione, come fenomeno economico-sociale. Non corrisponde una letteratura artistica: ma ogni emigrante racchiude in sé un dramma, già prima di partire dall’Italia. Che i letterati non si preoccupino dell’emigrato all’estero dovrebbe far meno meraviglia del fatto che non si occupino di lui prima che emigri, delle condizioni che lo costringono a emigrare ecc.; che non si occupino cioè delle lacrime e del sangue che in Italia, prima che all’estero ha voluto dire l’emigrazione in massa. D’altronde occorre dire che se è scarsa (e per lo più retorica) la letteratura sugli italiani all’estero, è scarsa anche la letteratura sui paesi stranieri. Perché fosse possibile, come scrive l’Ojetti, rappresentare il contrasto tra italiani immigrati e le popolazioni dei paesi d’immigrazione, occorrerebbe conoscere e questi paesi e… gli italiani.”
L’odierno apparato delle patrie lettere e la sua concreta funzione di agente nel più vasto ambito della cultura nazionale offre, all’analisi, elementi di chiara analogia con quanto Gramsci descrisse in relazione al proprio tempo, senza lesinare strali e sarcasmo. In merito alla capacità di rappresentare, nell’indipendenza estetica che deve esserle propria, le contraddizioni reali della società e della vita, sembra essersi accresciuto il deficit della produzione letteraria nazionale rispetto a quella europea e americana ma, soprattutto, rispetto a quella dei paesi cosiddetti emergenti. L’ottimo giornalismo di denuncia di Roberto Saviano, ad esempio, se ha consentito all’autore di Gomorra l’agevole, e forse meritato, accesso ad una posizione di rendita tra i simulacri nazional-popolari della locale società dello spettacolo, manca tuttavia ad almeno due funzioni imprescindibili e connaturali ad un’arte letteraria che risponda alle istanze, etiche ed estetiche, poste dalla situazione cui essa aggiunge il proprio discorso: quella di esprimere, nel loro senso storico, i temi di cui tratta (l’apporto conoscitivo dell’opera di Saviano ad una più profonda comprensione della questione meridionale o a quella dei rapporti strutturali tra violenza di Stato e violenza criminale, appare, in definitiva, ben più mediocre di quanto non sia stata sopravvalutata) e l’invenzione di una lingua letteraria propria e personale, che tragga alimento dai linguaggi e dai codici della realtà viva che raffigura affinché ne riescano demistificati nella chiarezza e distinzione peculiari all’arte.
Nell’epoca del regime globale dell’economia finanziaria, i meccanismi di regolazione e distribuzione della violenza necessaria a conservare in equilibrio la riproduzione del capitale e quella della specie agiscono, ovunque, secondo criteri omogenei, applicati con appena lievi adattamenti sotto tutte le bandiere e tutte le latitudini. Come la lingua nell’uso concreto, così anche la lingua letteraria risente di tale deleteria involuzione, cosicché essa tende a discostarsi sempre meno dal grado zero di una complice neutralità, dove si trovi ridotta ad una mera funzione commerciale, all’intrattenimento della torpida e indolente coscienza contemporanea, lontana dalla specie quanto il capitale dista dalle esigenze e dai bisogni reali delle donne e degli uomini che asservisce.
In un suo saggio del 1973 Lucien Goldmann indicava nel “romanzo senza romanzo” la “struttura romanzesca omologa al capitalismo dei monopoli”. Nel solco dove il critico marxista poneva il dito della propria analisi si potevano contare, già allora, esempi di una copiosa tradizione sperimentale, dal romanzo modernista di Joyce o dadaista di Roussel, ai “non romanzi” surrealisti di Breton e Aragon, al Nouveau Roman di Queneau, Robbe-Grillet o Marguerite Duras. Con classico e canonico ritardo la ricerca letteraria italiana tentò di accodarsi a tali direttrici non prima degli anni sessanta, risentendo in ciò di una duplice serie di effetti negativi: quella inerente al tardivo ed imperfetto conseguimento dell’unità politico-culturale e quella relativa al conformismo morale, imposto dapprima dall’atavica egemonia cattolico-clericale e poi, attraverso la violenza intimidatoria e la censura, nel corso del ventennio fascista.
Assecondando la sua vena caustica e viscerale non meno che lucida e illuminante, Pier Paolo Pasolini scriveva nel saggio La fine dell’avanguardia¹⁰: “Ripeto: la caduta della nozione di impegno, come nozione-civetta, ha trascinato con sé, nella caduta, la problematicità tout court, la contestazione, l'individuo, che protesta, l'anormale, il Diverso ecc. Ma qual è stato l'effetto di questo odioso bisogno di stabilità e livellamento delle borghesie, di questa oscena salute del neocapitalismo? Il più incredibile e il più naturale. Una reviviscenza, diffusa, violenta, scandalosa e popolare, fino ad arrivare ad essere di moda, della problematicità pura e semplice, della contestazione, dell'individuo che protesta, dell'anormale, del Diverso ecc.! Che sono giunti - nell'accanimento del difendersi e del disperarsi - a una sorta di aggressivo esibizionismo; disancorandosi e distinguendosi dalla protesta razionale del marxismo; o addirittura ignorandolo, come avviene soprattutto in America. Di fronte a questo revival anarchico non violento, ogni altra forma di contestazione alla società - e nella fattispecie alle sue élites letterarie - sembra soltanto letteraria. In confronto mettiamo a Ginsberg, tutti i contestatari linguistici appaiono degli abatini – come un giornalista imitatore di Contini, chiama i giocatori di calcio graziosi e accademici. Tutta l'avanguardia italiana, per esempio (a parte certi arrivisti, volgari e quasi fìsicamente ripugnanti) è composta di tali abatini. Se dovessi definirli, direi che sono uomini che ripetono, e vogliono ripetere, con puntiglio quasi femmineo e provocatorio, le caratteristiche paterne… Ma ciò è da loro pacificamente ammesso (con altre parole, s'intende!). Poiché tutto è cominciato da parte loro, con un colpo di scena: cioè con la dichiarazione della propria dissociazione tra il fare linguistico e l'essere nella vita. Il fare linguistico consisteva in una pura e semplice battaglia linguistica contro la borghesia così com’è, allo stesso modo per esempio, che un missino – per un esibizionismo che coincide con la scandalosa scelta del conformismo – accetta l'Autorità”. Non è difficile rinvenire un’analogia tra questo passo dai toni parenetici e quanto Gramsci scriveva dal carcere per esecrare la patria avanguardia storica par excellence, le cui connivenze con il regime non ammontarono a poca ignominia: “I futuristi. Un gruppo di scolaretti che sono scappati da un collegio di gesuiti, hanno fatto un po' di baccano nel bosco vicino e sono stati ricondotti sotto la ferula dalla guardia campestre”.
 
 
La ricomposizione dell’oggetto estetico
 
Il valore della critica che in Italia si espresse in pagine particolarmente lucide e appassionate come quelle di Gramsci o Pasolini risiede più che nell’adesione militante ai temi della realtà viva da cui la rappresentazione letteraria trae motivo ed alimento, più che in una fiducia del tutto laica nei possibili effetti pragmatici del lavoro di scrittura, risiede piuttosto nell’equanime enfasi posta sugli elementi etico e conoscitivo dell’architettonica narrativa, i quali, sebbene eterogenei all’elaborazione propriamente estetica, costituiscono di essa il contenuto, lo sfondo dinanzi al quale la composizione artistica fa emergere la necessità del proprio senso e risveglia la bellezza dal sonno inerte dei meri materiali linguistici.
Se già Dostoevskij, all’interno di un corpo narratologico ancora “figurativo”, esplorò i bassifondi e le latebre della residua anima umana e del mondo ben prima della vigilia delle carneficine meccanizzate dalle cui tragiche deflagrazioni la storia della letteratura occidentale proseguì e perseverò fino alle sofferte conquiste della soggettività esplosa e dei suoi contesti in frantumi e macerie – attraverso i capolavori di Joyce o Williams, Bulgakov o Crevel, Yourcenar o Canetti, Bataille o Klossowski –, affinché la forma del romanzo possa rispecchiare la monodimensionalità delle strutture antropologiche e sociali lungo i cui segmenti l’individuo contemporaneo patisce la quotidiana dimostrazione della propria impossibilità concreta, è necessario, oggi come sempre, l’emergere del genio creativo che, al di là delle lenti ideologiche dietro il cui vitreo schermo la società dello spettacolo vede se stessa e addestra la miopia degli sguardi e delle prospettive, ricomponga l’immagine sensibile dove si prefiguri l’umanità affrancata dai vincoli economici oppressivi e dal feticismo delle merci, dove si lasci presagire la libera circolazione del sogno nella realtà.
Con la sua opera monumentale Il principio speranza, il filosofo Ernst Bloch tracciò alcune linee direttrici indispensabili affinché il movimento alla volta dell’arte letteraria che i cicli della storia richiedono sia verificato attraverso i suoi conseguimenti parziali e necessari: “Poiché nel mondo borghese la situazione va sempre peggio, anche qui il sogno non scompare. Ma conserva una certa fre-schezza solo se si annuncia in un gruppo e per il suo futuro. Quando invece il domani che si dipinge è un quadro globale, sul piano tardo-borghese diviene per lo più menzogna, nel caso migliore un gioco o una romanticheria. Questi ultimi due generi debbono comunque essere affrontati, poiché hanno quanto meno mantenuto a galla l'inclinazione all'utopia”¹¹. Nell’attuale società globalizzata, che apologizza la perdita dell’aura che la propria infingarda smemoratezza ha confinato tra i cimeli dell’archeologia dello spirito, nell’attuale atmosfera adattata alle respirazioni artificiali e ai rantoli del fantasma del capitale finanziario e i cui asettici cataboliti si depositano, in pegno alla vita, sui contraltari del feticismo e della reificazione, è saggio riporre grandi speranze nell’arte della scrittura, in primis nella forma del romanzo, giacché essa, per sua interiore essenza, unisce e distingue forma e contenuto. Scriveva Michail Bachtin, a conclusione del suo saggio Il problema della creazione letteraria: “Dopo tutto quello che abbiamo già detto, deve essere chiaro che l'oggetto estetico non è una cosa, poiché la sua forma (più esattamente, la forma del contenuto, dato che l'oggetto estetico è un contenuto organizzato formalmente), nella quale io sento me stesso come soggetto attivo e nella quale io entro come suo necessario momento costitutivo, non può essere, naturalmente, forma di una cosa, di un oggetto”. Soltanto una soggettività creatrice coltivata con amore e coscienza, radicata nel proprio senso storico, saprà rispecchiarsi in una letteratura che sia all’altezza delle emergenze e delle contraddizioni del presente, saprà essere guida, lungo la persistente via della bellezza, verso l’umanità finalmente libera da passioni nocive e velenose, verso un mondo infine abitabile, fino al “qua e ora” dove il volto umano si riconosce, riflesso nella pupilla dell’altro, distinto ed identico a sé.
Giancarlo Micheli

[1] Eric Hobsbawm, Il secolo breve (Rizzoli, Milano 1995).
[2] Il matematico Kurt Gödel (1906-1978) dimostrò, nel celebre teorema che da lui prese nome, che ogni sistema formale, strutturato cioè in una serie di assiomi e in un sistema di regole d’inferenza, non può essere allo stesso tempo coerente e completo: se il sistema è coerente, vale a dire non produce proposizioni contraddittorie, ci saranno proposizioni vere che il sistema non può dedurre; se, al contrario, il sistema è completo, vale a dire può produrre, con l’applicazione delle sue regole d’inferenza ai suoi assiomi, tutte le proposizioni vere, esso conterrà, necessariamente, proposizioni tra di loro contraddittorie.
[3] Karl Polanyi, The Great transformation (Holt Rinehart & Winston Inc., New York 1944); ed. it. La grande trasformazione (Einaudi, Torino 1974).
[4] Michail Bachtin, Estetica e romanzo (Einaudi, Torino 1979).
[5] Michail Bachtin, L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane (Einaudi, Torino 1988).
[6] Jurij Lotman, Tesi per una semiotica delle culture (Meltemi, Roma 2006).
[7] Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale (Editori Riuniti, Roma 1987).
[8] Antonio Bresciani (1798-1862), gesuita e critico letterario, si fece autore e promotore della retorica cattolica e antipatriottica.
[9] Lucien Goldmann, Pour une sociologie du roman (Gallimard, Paris 1973).
[10] Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico (Garzanti, Milano 1972).
[11] Ernst Bloch, Das Prinzip Hoffnung (Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1959); ed. It. Il principio speranza (Garzanti, Milano 1994).

Thomas Mann, il Nutritore

Il mito realista del Novecento e il realismo mitico di un ex-impolitico

estratto di un saggio pubblicato nel volume collettaneo Il Mito nel Novecento letterario (Limina Mentis, Monza 2012)

La nostra breve navigazione, che imprimerà alcuni solchi sulla superficie del mito della letteratura novecentesca, tra le due rive contrapposte del mare di tale mito inteso quale soggetto e quale oggetto, prende il via dai giorni di primavera dell’anno 1936. Erano trascorsi pochi mesi da quando l’autore del Mein Kampf aveva ordinato ai reggimenti della Wehrmacht di marciare sulla zona demilitarizzata della Renania, ricevendo l’implicito avallo delle potenze occidentali, le quali non ritennero di dover compromettere i fragili equilibri politici e strategici del continente e rinunciarono, pertanto, ad una difesa intransigente dei trattati di Versailles. Fu quello il primo movimento della cacofonica partitura con la quale Adolf Hitler, orchestrando i propri organici di squadre aeree e divisioni corazzate lungo lo sviluppo del Leitmotiv wagneriano dell’azzardoso esordio, poté annettere al Reich tedesco, in rapida successione, l’Austria nel marzo 1938, la Cecoslovacchia nel marzo 1939, per poi tentare di ripetersi con la Polonia alla fine dell’estate di quel medesimo anno, secondo una struttura triadica che lascerebbe quasi supporre una rigorosa osservanza dei canoni morfologici della fiaba come li aveva riconosciuti Vladimir Propp¹, sebbene non sia facile dire con quale effettivo contributo della consapevolezza formale del Führer.
Quella primavera dell’anno 1936, nondimeno, doveva ancora vedere la guerra di sterminio infierire sulle inermi popolazioni civili, le donne e gli uomini d’Europa dovevano ancora conoscere gli estremi corollari della Gleichschaltung² nazista e l’estremo termine sillogistico della Endlösung³, dovevano vivere ancora un ben pernicioso decennio prima di poter leggere la celebre frase di Adornosecondo la quale, dopo Auschwitz, non sia più possibile fare poesia. Sono, quindi, pienamente giustificati il tono e il contenuto della captatio con cui Thomas Mann introdusse il discorso che l’Associazione accademica viennese lo invitò a pronunciare in onore delle celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Sigmund Freud:

Che cosa legittima un poeta a fare l'oratore ufficiale in onore di un grande scienziatio? O, se è concesso stornare una tale questione di coscienza su al¬tri, su coloro che credettero di dover designare un poeta a questo ufficio: come si giustifica che una società di dotti, in questo caso un'Associazione accademica di psi¬cologia medica, non affidi a una persona del ramo, a un uomo di scienza, l’incarico di celebrare con la parola l’alto giorno del proprio maestro, ma l’affidi invece a un poeta? A uno spirito, dunque, non rivolto essenzialmen¬te alla scienza, all'analisi, all'indagine conoscitiva, bensì alla spontaneità, alla sintesi, alla creatività ingenua, a uno spirito che, nel migliore dei casi, può diventare oggetto proficuo di conoscenza, senza tuttavia, per sua natura e destinazione, arrivare mai a esserne soggetto?

La conferenza si tenne l’8 maggio 1936, presso la Konzerthaus della gloriosa città che, per meno di due anni ancora, sarebbe rimasta la capitale della Repubblica austriaca indipendente. Una folla ammirata ed ossequiosa gremì ogni ordine di posti della capiente sala, ma tra tanti personaggi illustri e ancor più numerosi umili ed oscuri mancò il padre della psicoanalisi, cui il precario stato di salute, già minato in profondità dal cancro alla mascella, non aveva consentito di ricevere il meritato omaggio; ciononostante, ne sortì una autentica festa della Cultura, ben congegnata ed eseguita, nella più nobile tradizione dell’ingegnosità e della serietà borghesi, delle quali sia il medico di Příbor che lo scrittore di Lubecca furono i legittimi campioni e beniamini.
Altre feste, di superiore ambizione ecumenica e di maggiore impatto sulla nascente società dello spettacolo, avvinsero nei mesi immediatamente successivi la pubblica opinione e la esaltarono, in taluni casi fino al culmine di veri e propri tripudi di massa: i Giochi olimpici dell’agosto berlinese, che la brillante cineasta Leni Riefenstahl ritrasse nelle inquadrature di spregiudicata modernità del suo capolavoro in due tempi, Olympia – Fest der Völker und Fest der Schönheit, o la stessa Mostra Internazionale di arte cinematografica di Venezia, che giunse in quell’estate alla quarta edizione e che, due anni dopo, nell’anno dell’Anschluss, premiò proprio la germanica vedette, allorché la di lei pindarica opera, in seguito a laboriose cernite e revisioni, uscì dalla sala di montaggio giusto in tempo perché sull’aprica ribalta del Lido all’autrice fosse conferita la prestigiosa Coppa Mussolini, per mano del conte Giuseppe Volpi di Misurata, presidente di Confindustria dal 1934, nonché fondatore del polo petrolchimico di Porto Marghera, nonché ex-governatore della Libia in non sospetta età giolittiana, nonché presidente della rassegna dedicata all’arte cara alla più giovane delle Muse, e per mano ausiliaria del Segretario generale della medesima rassegna, nonché Commissario del Sindacato Nazionale Fascista di Belle Arti, nonché Deputato della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, vale a dire del Maestro Antonio Maraini, scultore di fama internazionale e nonno della non meno celebre Dacia, scrittrice rinomata nei patrii ambiti letterari del gauchisme borghese contemporaneo. Benché ci vogliano davvero un’anima bella e una bella ingenuità per ravvisare i caratteri del meraviglioso in metamorfosi di simile portata, pure una mente ordinaria può, oggi, persuadersi, in base ad esse, che, quand’anche non all’intero corpo dei cittadini di un moderno Stato democratico, quantomeno ai borghesi di buona famiglia è garantito il diritto, previo un attento studio dei fondamenti psicoanalitici, di emendare le colpe dei propri avi in un lasso di tempo assai breve, conseguendo già alla terza generazione risultati vistosi e di pubblico dominio. Miseria dell’eccellenza ed eccellenza della miseria, nei cui specchi in frantumi l’arrogante superbia dei potenti di ogni epoca scambia senza difficoltà la fine con il principio, conservandosi, pur tuttavia, nel fermo convincimento di averli congiunti una volta per tutte.
Riprendiamo, dunque, la barra del timone per riportare la rotta verso la mèta che ci siamo prefissa. Al fine di riparare al doloroso inconveniente dell’assenza del padre della psicoanalisi, in segno di affetto e devozione verso di lui, alcuni giorni dopo la trionfale conferenza della Konzerthaus, Thomas Mann si recò al numero 19 della Bergasse, dove lesse di nuovo il testo al quale, in guisa di ulteriore atto di stima, aveva assegnato il titolo di Freud und die Zukunft ispirandosi a quello di uno dei saggi più geniali e coraggiosi del maestro, e stavolta poté farlo dinanzi alla veneranda autorità cui lo aveva dedicato. Se, dunque, l’incontro tra quei due uomini illustri poté essere pubblicamente percepito come una simbolica cerimonia di alleanza tra la scienza e le arti liberali, si può presumere che la loro comunicazione andasse, in privato, al di là della mera ottemperanza liturgica e inerisse, piuttosto, il carattere e il destino di entrambi, esprimesse la condivisa attitudine a concepire interpretazioni del mondo le quali, ciascuna nelle proprie peculiarità, avessero risolutive omologie con la realtà psichica di esso e contemplassero non meno coerenza che spostamenti e deformazioni rispetto alla superficie degli eventi decisivi della storia umana, quali alle loro cognizioni potevano offrirsi soltanto nella forma del presagio. [...]
Giancarlo Micheli

[1] Vladimir Jakovlevič Propp, Morfologia della fiaba, Roma, Newton Compton, 1976.
[2] Letteralmente “coordinamento”, designa i metodi e le procedure attraverso cui lo Stato nazionalsocialista esercitava un controllo totale su ogni aspetto della vita dell’individuo.
[3] “Soluzione finale”; vedi: Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 1964.
[4] Theodor W. Adorno, Prismi, Torino, Einaudi, 1972, p. 22.
[5] Thomas Mann, Freud e l’avvenire in Nobiltà dello spirito e altri saggi, Milano, Mondadori, 1997, p. 1378.
[6] Sigmund Freud, L’avvenire di un’illusione, Roma,  Newton Compton, 2010.


chi voglia leggere il saggio per intero, faccia clic qua

sabato 17 dicembre 2011

“La grazia sufficiente” e le strade dell’uomo

recensione pubblicata su
Bibliotecagiapponese.it


Vi fu un tempo, nel medioevo, in cui i dotti e i pensatori disputarono alacremente circa il numero di angeli capaci di danzare sulla punta di uno spillo. Non si trovò una soluzione univoca.
Alcuni secoli più tardi, in un’Europa che vede il Rinascimento cedere al Barocco, lo sguardo dei dotti s’alza al cielo e va a frugare nell’imperscrutabile volontà divina, per cercare risposte alle nuove inquietudini suscitate dalla diffusione del protestantesimo. Chi può un giorno aspirare alla gloria post mortem? Varranno qualcosa le opere di bene, i lunghi digiuni, le interminabili litanie, o è sufficiente la grazia concessa dal Signore? Dio nel segreto ha già stabilito i prescelti per il Suo regno, e dunque nessun gesto umano è in grado di mutare la sorte assegnata?
Le contese teologiche ben presto si legano a quelle politico-economiche e, dal cuore del Vecchio continente, raggiungono persino le sponde del Giappone, arcipelago noto tra il Cinquecento e il Seicento per le merci rare e preziose che offre ai mercanti intrepidi pronti a sfidare oceani e tempeste pur di accaparrarle. Baruch Dekker – ci racconta Giancarlo Micheli nel suo denso romanzo La grazia sufficiente (Campanotto, pp. 117, 2010) – è uno di questi. Ebreo olandese che ha abbandonato famiglia e patria sin da bambino pur di confondere il suo destino con quello dei flutti, giunto all’apice della sua carriera come capitano, finisce per naufragare rovinosamente nella baia di Nagasaki.
Da quella che pare esser la sua fine si origina invece una nuova vita, segnata dall’avventurosa ricerca del conterraneo Deyman – ora al servizio dello shogunato dei Tokugawa – e, soprattutto, di un complesso equilibrio con una cultura ermetica a partire già dai suoi caratteri di scrittura, capace però di dispiegare con generosità le sue meraviglie a tutti coloro che le si accostano con riverenza. Simile a un Ulisse che ben conosciamo, il navigatore intraprende il viaggio per le lande orientali negli anni in cui, nelle sue terre, sta nascendo un più celebre Baruch, destinato a divenire uno dei fondatori della filosofia moderna. Il cammino – che copre larga parte della prima metà del XVII secolo, una delle ere più travagliate della storia nipponica – è costellato di lotte fra clan rivali, persecuzioni contro i missionari cristiani, astuti espedienti e colpi di scena, ma rivela anche imprevedibili bellezze, impreziosite da una grazia tutta umana: le raffinatezze del teatro Nō, la squisita fattura dei versi del Kokin waka shū, la profondità incommensurabile dei testi degli illuminati.
A questa storia, con somma naturalezza, si intreccia quella novecentesca di Taisho, giovane di umili origini, ma fiero del suo modesto lavoro per la buona causa del Monbushou, il ministero imperiale promotore di un’educazione rispettosa dei principî tradizionali nipponici, nel contempo attenta ai moderni valori occidentali. La sua esistenza è scandita da piccole cose: la livrea da usciere ben stirata, il passo marziale e un poco ridicolo, la ciotola di riso consumata in compagnia dell’amata madre, devota al culto del marito ucciso in guerra per la grandezza del Giappone. Il ricordo paterno perseguita Taisho che, schiacciato dai sensi di colpa, si arruola volontario, pronto a sacrificare la sua vita combattendo contro i cinesi per il controllo della Manciuria (avvenuto nel 1931), in nome di un imperatore e di un paese che ripagano la sua devozione con un regolare salario da soldato e una baionetta per compiere onorevolmente seppuku (il suicido rituale) in caso di prigionia. Ma qualunque nobile gesto nelle sue mani sembra però destinato a tradursi in una malinconica e goffa pantomima, dal momento che Taisho, a dispetto del suo appellativo – intrepretabile fra l’altro come “grande vittoria” e “sonora risata” – non sa esser soddisfatto di sé: lo stato richiede obbedienza, l’ordine sociale rigore, la famiglia virtù, ed egli non è in grado di onorare tutto ciò.
La grazia sufficiente, sotto la veste di romanzo, nasconde in realtà un consistente midollo filosofico e spirituale. E’ un’opera colta, elaborata, a tratti impervia, dalle pagine levigate con acuta perizia. E il linguaggio – tanto cesellato e preciso da mostrare talvolta resistenze al lettore impaziente – custodisce tra i suoi termini ricercati, le sue volùte ampie, le sue inclinazioni inattese, un tesoro che va al di là dello stile.
Questa lingua senza tempo è fatta per raccontare una storia senza tempo: quella dell’anima.
Tra cantieri navali chiassosi e monumentali a ridosso dei mari del Nord, in piccole stanze chiuse da tatami e shōji, nelle baie meste dove riposano i naufraghi sognando il mare con una preghiera salata tra le labbra disseccate, in qualunque luogo e epoca, l’uomo ha sempre interrogato la propria coscienza: cosa ha valore e, soprattutto, cosa esiste davvero? La libertà di scelta, o l’esser prescelti da un destino casuale, celeste, beffardo, quale che sia?
Per la salvezza è necessaria la grazia sufficiente racchiusa in un benevolo sguardo divino, o quella ancor più rara dell’animo che – come giunco o stilla d’acqua – accetta serenamente la sua sorte, finita e inquieta. Perché, sebbene “[...] la via suprema non [abbia] nome e il discorso supremo non [abbia] parole”, la sola Via reale è quella che percorriamo.
Anna Lisa Somma


La mano invisibile

articolo pubblicato sulla rivista
Arcipelago (n.55, maggio-giugno 2011)


La dimostrazione, incontrovertibile dal punto di vista etico quand’anche non la si potesse dedurre con scientifico rigore, del fatto che la “mano invisibile”*, ad opera della quale, stando agli assunti dell’economia classica, i comportamenti economici individuali sarebbero composti in una “naturale armonia di interessi”, sia la mano di un carnefice, la si può trarre, oggi, ricorrendo ad un minimo di ragionevolezza, cui negli animi che si conservino umanamente sensibili fa purtroppo da contrappeso un massimo d’orrore, a partire da un’analisi spassionata delle politiche energetiche che il presente dominio del capitalismo finanziario globale adotta ed impone.


 Alcuni necessari presupposti storici e tecnici

Al principio del novecento gli utilizzatori di corrente elettrica usufruivano di servizi alimentati per ciascuna utenza da generatori autonomi: disponevano di generatori indipendenti le società dei tram, le fabbriche che iniziavano ad impiegare motori elettrici, i singoli edifici pubblici o commerciali. Un certo Samuel Insull, presidente della Chicago Commonwealth Edison, intuì per primo che, tramite la creazione di installazioni dove l’elettricità fosse prodotta in maniera centralizzata e quindi distribuita a ciascuna utenza, i costi produttivi sarebbero stati abbattuti in virtù dell’aumento del fattore di capacità**. L’opera della “mano invisibile”, da cui egli si lasciò guidare in assoluta trasparenza, garantì a quell’onesto uomo d’affari non solo i proventi per condurre una vita agiata e confortevole ma anche i più gloriosi appannaggi che gli meritarono un posto negli annali della storia industriale.


La fine del mondo è in atto

Secondo i dati della IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia) che riassumono la ripartizione tra le varie fonti nella produzione mondiale di energia elettrica, mentre dagli anni ’70 ad oggi l’impiego dei combustibili liquidi (petrolio) è andato drasticamente declinando in ragione delle ben note vicissitudini di mercato, la componente relativa ai combustibili solidi (carbone) ha registrato invece un incremento. Non senza apprensione si deve constatare come l’attributo “fossile”, che nella terminologia chimica o geologica designa correttamente le sostanze su cui si basano tali processi produttivi, conservi immutata la sua pertinenza anche quando lo si voglia metaforicamente riferire alla più effimera scala temporale della storia dell’industria, la quale ebbe i propri albori giusto con l’introduzione della macchina a vapore, circa due secoli or sono. Una “tecnologia fossile” alimenta, pertanto, tutti gli spettrali fasti ipercinetici che, alla velocità della luce, le reti di ultima generazione veicolano da un capo all’altro dell’omologato mondo capitalista. Questo non basterebbe ancora a gridare allo scandalo e alla catastrofe, se non fosse che le emissioni di anidride carbonica non avessero perso un solo istante da quei tempi d’esordio della gloria industriale per far crescere la propria concentrazione nell’atmosfera terrestre, fino a raggiungere gli odierni livelli di 380ppm***, ormai quasi due volte più alti di quelli contenuti nell’aria respirata dai primi esemplari di homo sapiens e da tutti i loro progenitori nella genealogia biologica. Ora, a dispetto di ogni prudenza di esperti ben remunerati per gettare acqua su un fuoco che pare destinato a divampare fino alle dimensioni di un olocausto in piena regola, anche un mero calcolo economicista dovrebbe bastare a far comprendere che ai conseguenti sconvolgimenti climatici e antropologici non si riuscirà a porre rimedio con alcuna ingegnosa e sagace tecnica di esternalizzazione dei costi. Ma, forse, ci stiamo lasciando prendere la mano dal pessimismo. Torniamo, allora, alle attendibili statistiche ufficiali della IAE. Dagli anni ’70, quelli della prime dirompenti crisi petrolifere, ad oggi, le fonti energetiche che hanno visto un considerevole incremento del loro peso relativo rispetto al totale dell’energia elettrica prodotta sono la nucleare, passata dal 3,3 al 13,8%, e il gas naturale, dal 12,1 al 20,9%; appare evidente come la seconda non risolva affatto i problemi intrinseci che sono propri alle tradizionali risorse “fossili”, ai quali aggiungono quelli inerenti a più alti costi di estrazione e a più bassi fattori di capacità, mentre della prima ciò che ci sentiamo di dire è che pure qualora incidenti della gravità del recentissimo di Fukushima non avessero a ripetersi, per grazia di Dio o del caso, una soluzione efficace per lo smaltimento dei residui radioattivi appare ben al di là delle attuali capacità e conoscenze umane. Non esiste dunque rimedio? La specie umana è condannata a minare, tramite il volonteroso ed incessante corso dei processi storici ed economici, le basi della propria stessa sopravvivenza? Ad esaminare i dati con cura, si riscontra che, in effetti, anche le fonti rinnovabili (eolico e solare) sono cresciute, dallo 0,1 allo 0,7%.; ma da qui a credere che l’intervento provvidenziale della “mano invisibile” sopra ricordata possa compiere a breve ciò che in trent’anni ha avviato in forma tanto timida e in proporzioni tanto microscopiche passa la medesima distanza che sussisterà sempre tra uno sguardo lungimirante e quello di un visionario. Pertanto questo mondo, almeno questo che ci hanno insegnato a conoscere fino ad oggi, pare essere giunto ad una fine irrevocabile.


Un sano ritorno al principio

È chiaro come il sole – il quale d’altronde non potrà fornire l’elettricità necessaria per ameni ed ecumenici surfings su social networks up-to-date, né quella sufficiente per stipulare on-line lucrosi contratti con paesi emergenti vecchi e nuovi o per altri impieghi liberi ovvero utili, a meno che ciascuno non assuma su di sé la responsabilità di pesare con le proprie azioni e scelte sulle improrogabili trasformazioni che soltanto un rinascimento umano e democratico, rivoluzionario e internazionalista, sarà in grado di portare a compimento – è chiaro come il sole, dunque, che una reale ed efficace evoluzione delle politiche energetiche globali non potrà essere realizzata laddove l’unico criterio di decisione rimanga quello dei profitti, individuali o variamente collettivi, comunque si voglia preventivarli.

Giancarlo Micheli


* “Una mano invisibile che promuove una finalità che non era implicita nell’intenzione di nessuno” Adam Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, W. Strahan and T. Cadell, London 1776 (tr.it. La ricchezza delle nazioni o Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma 1975).
** Si definisce fattore di capacità di un impianto il rapporto tra l’elettricità effettivamente prodotta e quella che sarebbe stata prodotta, nello stesso tempo, con un funzionamento alla massima potenza operativa.
*** Ppm, parti per milione: unità di misura utilizzata in chimica per misurare la concentrazione di un elemento in una miscela. La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre produce effetti sulla sua temperatura (effetto serra) e, di conseguenza, sui fenomeni climatici.

venerdì 7 ottobre 2011

Affetti collaterali

racconto pubblicato su Zeta - rivista internazionale di poesia e ricerche (Anno XXXIII, n.2 - 2011)


 L’impianto di condizionamento dell’aria disperdeva nell’ufficio un flebile bramito di parti meccaniche che, docili e affidabili, adempivano la loro necessaria funzione. Da mesi il caldo non dava tregua. I climatologi non si avventuravano in pronostici azzardati. La posizione anomala che, durante quell’estate, aveva assunto l’anticiclone delle Azzorre non consentiva il raffronto con condizioni rilevate in precedenza, cosicché i modelli matematici, non potendo essere alimentati da dati comparativi attendibili, non erano in grado di minimizzare gli errori di calcolo. Era possibile che il fenomeno si esaurisse nel giro di qualche giorno, ma avrebbe potuto anche protrarsi per settimane, forse per mesi interi.
 Il presidente allentò il collo della camicia con gesto sollecito, facendo scorrere due dita sull’apprettatura della stoffa.
 “C’è poi qua una lettera di ringraziamento del comitato delle vittime del sisma” gli riferiva il suo segretario personale, volgendo su di lui uno sguardo di deferente competenza mentre reggeva tra le mani il plico della posta giornaliera. “Io ben conosco la probità di sua eccellenza. Sono persuaso che ella vorrà concedersi il meritato piacere di esaminarla soltanto dopo aver sbrigato le faccende… più spinose. Suggerirei, dunque, di passare oltre.”
 “Senza dubbio” avallò il presidente, cui l’insistente ronzio del condizionatore cominciava a dare davvero fastidio, fino al punto da indurlo a temere che il suo disagio potesse appalesarsi all’interlocutore. Con perturbante lucidità egli si rendeva conto del proprio imbarazzo. Da qualche tempo accadeva ogni giorno, più o meno a metà del mattino, quando il presidente avvertiva con chiarezza un mutamento nel rumore che si sprigionava dall’apparecchio. Ecco, sì… come se le frequenze più alte venissero all’istante abbattute, di modo che, d’un tratto, la vibrazione diveniva cupa, minacciosa. Lo stesso accadeva con il rumore delle onde, sulla spiaggia, quando, molti anni addietro, il padre lo portava in villeggiatura sul litorale e sedeva a guardare il tramonto assieme a lui, fumando in silenzio. Accadeva dopo che il sole era disceso all’orizzonte al di sotto di una certa quota, in quel preciso istante… o, forse, con un impercettibile ritardo. All’improvviso l’onda batteva sulla riva in maniera diversa, fragorosa e cupa.
 “Faìt dabin dë sté ansissì ansem a ‘l me masnà” risentiva la voce pacata del genitore, e ne era vieppiù infastidito.
 “Sono oltre venti anni che questa Compagnia figura tra i primi dieci sostenitori del nostro partito” argomentava intanto il segretario, senza dare alcuna avvisaglia di aver notato il crescente disagio in cui egli andava sprofondando, come il presidente poté constatare con momentaneo sollievo. “Mi permetto di suggerire che conferire loro un premio di fidelizzazione appare la scelta opportuna… e lungimirante.”
 “E quei problemi con la giustizia? Non corriamo il rischio di offrire il fianco ad attacchi insidiosi?”
 “La corte internazionale deciderà per l’archiviazione del caso. Abbiamo ricevuto piene assicurazioni in tal senso.”
 “E la stampa?”
 “Un semplice caso di corruzione in uno Stato africano e qualche minima violenza collaterale non sono di sicuro ciò di cui i direttori dei quotidiani vanno in cerca per incrementare le vendite, tanto più quando hanno da cavalcare la psicosi collettiva per l’ondata di caldo e tutto il resto. Inoltre, gli uomini del nostro apparato vigilano con la consueta ed esemplare riservatezza. Non corriamo alcun pericolo.”
 “Bene… mi faccia vedere.”
 In quel preciso momento la suoneria del telefono privato del presidente emise una serie di note cristalline del suo tema preferito, quello del brano Uf dem Anger dai Carmina burana di Carl Orff. La solare espressione con la quale egli accompagnò il gesto con cui raccolse l’apparecchio dal ripiano della scrivania, nonché quella ancor più raggiante che gli si stampò sui lineamenti una volta che ebbe letto il messaggio appena ricevuto, furono tali da fugare ogni preoccupazione sul suo umore e sulla salute del suo animo, quand’anche il solerte segretario ne avesse nutrite.
 Rinvigorito e senza tergiversare, il presidente appose la sua firma sulle carte che il funzionario gli aveva consegnate.
 Prima di congedarlo, lo trattenne ancora un istante sulla soglia della porta: “Ancora una cosa… può impartire disposizioni affinché la signorina Mione sia ammessa nel mio studiolo privato… diciamo tra una mezz’ora?”.
 Con un reverenziale e minimo cenno di assenso il segretario uscì, e il presidente rimase solo nell’ufficio percorso dalle lente vibrazioni emesse dal condizionatore d’aria, che adesso egli non percepiva ostili e inquietanti, bensì cullanti e benevole. Reclinò il busto contro la spalliera della poltrona e socchiuse le palpebre. Lo invase allora una sensazione di profonda beatitudine. Ecco che egli vede la signorina Mione entrare sorridente e incedere verso di lui, avvolta in una veste leggera quanto i petali del fiore di bellezza e gioventù che ella è.
 Irretito in tale stato di sublime benessere il presidente sistemò comodamente i lombi sopra l’imbottitura anatomica, e la sua mano scivolò a slacciare la cinghia della cintura; ed ecco che la schiena lucente e glabra della signorina Mione si china in mezzo alle gambe del presidente ed egli ne scorge scapole e clavicole alzarsi e abbassarsi come le dune di un deserto nel soffio di venti tenaci e vigorosi. Mentre la signorina continua a dispensargli quell’irripetibile piacere, il presidente sente un grande fiore crescere tra le labbra di lei. Un grande fiore dai petali bianchi che, presto, troneggia solitario al centro della sterminata distesa di sabbia, innalzato fino al cielo terso e puro. Il presidente ode il fruscio della sabbia farsi di attimo in attimo più intenso e confondersi all’accelerato battito del suo cuore.
 All’improvviso, senza che di ciò fosse data alcuna avvisaglia, il cuore cessò di battere, mentre il presidente si gettava a capofitto nella corolla di quel fiore tanto desiderabile e mentre un coro di vergini accompagnava con il canto i suoi estatici imenei.
Giancarlo Micheli

La grazia sufficiente (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli

recensione pubblicata sul sito Mangialibri.com (Settembre 2011)


 Taisho si reca di buon mattino verso il Medical College Center di Nagasaki. Cammina speditamente immerso nei suoi pensieri, cerca di non rallentare la sua andatura per non giungere in ritardo: un uomo deve essere sempre ligio ai suoi doveri. Figlio di contadini, ha perso il padre durante il conflitto russo-giapponese, ha abbandonato il suo paese natale e ha un lavoro come inserviente del Monbushou, il Ministero dell’Istruzione. Ed è proprio lì, al Medical Center, che Taisho ha la possibilità di ascoltare le parole di Ishiwara, tenente colonnello dell’esercito e nazionalista convinto, e si arruola per la guerra in Manciuria (che si concluderà con l’instaurazione del Manciukuò, protettorato giapponese in Cina, cui sarà posto come governante-fantoccio il deposto e ultimo Imperatore Pu Yi)… Baruch Dekker, capitano di marina olandese di origine ebraica, è naufrago sulle coste di Nagasaki. Siamo in un periodo storico completamente diverso: l’olandese giunge in Giappone alla metà del ‘500. Il capitano, dopo numerose traversie, lascerà il suo lavoro per la Compagnia delle Indie e assieme a sua moglie Netsaki e al figlioletto Aikyo si imbarcherà verso il Mar cinese orientale alla ricerca di fortuna…
 Due storie lontane nel tempo e nello spazio, ma legate da un filo rosso: quello della “grazia sufficiente” in cui la salvezza futura si esplica nelle vicende presenti dei due protagonisti alla luce di un disegno di cui nessuno conosce il perché e la cui trama è svelata solo in controluce lasciando la possibilità al lettore di cogliere i nessi possibili. Giancarlo Micheli ci regala un romanzo complesso: lo stile è prezioso, raffinato, erudito. Il plot è incalzante e denso di continui rimandi che rendono la narrazione round robin. La conoscenza dell’autore del mondo orientale non fa che incuriosire il lettore e offrire continui spunti per approfondire la nostra conoscenza di una cultura così lontana da quella che permea la nostra vita quotidiana. Passato e presente si mescolano e si amalgamano con sapienza. Micheli si rivela una voce interessante e non banale del nostro panorama culturale.
Serena Adesso


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un video tratto dal capitolo IX del romanzo "La grazia sufficiente" (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli; lettura di Ilaria Pardini