venerdì 7 ottobre 2011

Affetti collaterali

racconto pubblicato su Zeta - rivista internazionale di poesia e ricerche (Anno XXXIII, n.2 - 2011)


 L’impianto di condizionamento dell’aria disperdeva nell’ufficio un flebile bramito di parti meccaniche che, docili e affidabili, adempivano la loro necessaria funzione. Da mesi il caldo non dava tregua. I climatologi non si avventuravano in pronostici azzardati. La posizione anomala che, durante quell’estate, aveva assunto l’anticiclone delle Azzorre non consentiva il raffronto con condizioni rilevate in precedenza, cosicché i modelli matematici, non potendo essere alimentati da dati comparativi attendibili, non erano in grado di minimizzare gli errori di calcolo. Era possibile che il fenomeno si esaurisse nel giro di qualche giorno, ma avrebbe potuto anche protrarsi per settimane, forse per mesi interi.
 Il presidente allentò il collo della camicia con gesto sollecito, facendo scorrere due dita sull’apprettatura della stoffa.
 “C’è poi qua una lettera di ringraziamento del comitato delle vittime del sisma” gli riferiva il suo segretario personale, volgendo su di lui uno sguardo di deferente competenza mentre reggeva tra le mani il plico della posta giornaliera. “Io ben conosco la probità di sua eccellenza. Sono persuaso che ella vorrà concedersi il meritato piacere di esaminarla soltanto dopo aver sbrigato le faccende… più spinose. Suggerirei, dunque, di passare oltre.”
 “Senza dubbio” avallò il presidente, cui l’insistente ronzio del condizionatore cominciava a dare davvero fastidio, fino al punto da indurlo a temere che il suo disagio potesse appalesarsi all’interlocutore. Con perturbante lucidità egli si rendeva conto del proprio imbarazzo. Da qualche tempo accadeva ogni giorno, più o meno a metà del mattino, quando il presidente avvertiva con chiarezza un mutamento nel rumore che si sprigionava dall’apparecchio. Ecco, sì… come se le frequenze più alte venissero all’istante abbattute, di modo che, d’un tratto, la vibrazione diveniva cupa, minacciosa. Lo stesso accadeva con il rumore delle onde, sulla spiaggia, quando, molti anni addietro, il padre lo portava in villeggiatura sul litorale e sedeva a guardare il tramonto assieme a lui, fumando in silenzio. Accadeva dopo che il sole era disceso all’orizzonte al di sotto di una certa quota, in quel preciso istante… o, forse, con un impercettibile ritardo. All’improvviso l’onda batteva sulla riva in maniera diversa, fragorosa e cupa.
 “Faìt dabin dë sté ansissì ansem a ‘l me masnà” risentiva la voce pacata del genitore, e ne era vieppiù infastidito.
 “Sono oltre venti anni che questa Compagnia figura tra i primi dieci sostenitori del nostro partito” argomentava intanto il segretario, senza dare alcuna avvisaglia di aver notato il crescente disagio in cui egli andava sprofondando, come il presidente poté constatare con momentaneo sollievo. “Mi permetto di suggerire che conferire loro un premio di fidelizzazione appare la scelta opportuna… e lungimirante.”
 “E quei problemi con la giustizia? Non corriamo il rischio di offrire il fianco ad attacchi insidiosi?”
 “La corte internazionale deciderà per l’archiviazione del caso. Abbiamo ricevuto piene assicurazioni in tal senso.”
 “E la stampa?”
 “Un semplice caso di corruzione in uno Stato africano e qualche minima violenza collaterale non sono di sicuro ciò di cui i direttori dei quotidiani vanno in cerca per incrementare le vendite, tanto più quando hanno da cavalcare la psicosi collettiva per l’ondata di caldo e tutto il resto. Inoltre, gli uomini del nostro apparato vigilano con la consueta ed esemplare riservatezza. Non corriamo alcun pericolo.”
 “Bene… mi faccia vedere.”
 In quel preciso momento la suoneria del telefono privato del presidente emise una serie di note cristalline del suo tema preferito, quello del brano Uf dem Anger dai Carmina burana di Carl Orff. La solare espressione con la quale egli accompagnò il gesto con cui raccolse l’apparecchio dal ripiano della scrivania, nonché quella ancor più raggiante che gli si stampò sui lineamenti una volta che ebbe letto il messaggio appena ricevuto, furono tali da fugare ogni preoccupazione sul suo umore e sulla salute del suo animo, quand’anche il solerte segretario ne avesse nutrite.
 Rinvigorito e senza tergiversare, il presidente appose la sua firma sulle carte che il funzionario gli aveva consegnate.
 Prima di congedarlo, lo trattenne ancora un istante sulla soglia della porta: “Ancora una cosa… può impartire disposizioni affinché la signorina Mione sia ammessa nel mio studiolo privato… diciamo tra una mezz’ora?”.
 Con un reverenziale e minimo cenno di assenso il segretario uscì, e il presidente rimase solo nell’ufficio percorso dalle lente vibrazioni emesse dal condizionatore d’aria, che adesso egli non percepiva ostili e inquietanti, bensì cullanti e benevole. Reclinò il busto contro la spalliera della poltrona e socchiuse le palpebre. Lo invase allora una sensazione di profonda beatitudine. Ecco che egli vede la signorina Mione entrare sorridente e incedere verso di lui, avvolta in una veste leggera quanto i petali del fiore di bellezza e gioventù che ella è.
 Irretito in tale stato di sublime benessere il presidente sistemò comodamente i lombi sopra l’imbottitura anatomica, e la sua mano scivolò a slacciare la cinghia della cintura; ed ecco che la schiena lucente e glabra della signorina Mione si china in mezzo alle gambe del presidente ed egli ne scorge scapole e clavicole alzarsi e abbassarsi come le dune di un deserto nel soffio di venti tenaci e vigorosi. Mentre la signorina continua a dispensargli quell’irripetibile piacere, il presidente sente un grande fiore crescere tra le labbra di lei. Un grande fiore dai petali bianchi che, presto, troneggia solitario al centro della sterminata distesa di sabbia, innalzato fino al cielo terso e puro. Il presidente ode il fruscio della sabbia farsi di attimo in attimo più intenso e confondersi all’accelerato battito del suo cuore.
 All’improvviso, senza che di ciò fosse data alcuna avvisaglia, il cuore cessò di battere, mentre il presidente si gettava a capofitto nella corolla di quel fiore tanto desiderabile e mentre un coro di vergini accompagnava con il canto i suoi estatici imenei.
Giancarlo Micheli

La grazia sufficiente (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli

recensione pubblicata sul sito Mangialibri.com (Settembre 2011)


 Taisho si reca di buon mattino verso il Medical College Center di Nagasaki. Cammina speditamente immerso nei suoi pensieri, cerca di non rallentare la sua andatura per non giungere in ritardo: un uomo deve essere sempre ligio ai suoi doveri. Figlio di contadini, ha perso il padre durante il conflitto russo-giapponese, ha abbandonato il suo paese natale e ha un lavoro come inserviente del Monbushou, il Ministero dell’Istruzione. Ed è proprio lì, al Medical Center, che Taisho ha la possibilità di ascoltare le parole di Ishiwara, tenente colonnello dell’esercito e nazionalista convinto, e si arruola per la guerra in Manciuria (che si concluderà con l’instaurazione del Manciukuò, protettorato giapponese in Cina, cui sarà posto come governante-fantoccio il deposto e ultimo Imperatore Pu Yi)… Baruch Dekker, capitano di marina olandese di origine ebraica, è naufrago sulle coste di Nagasaki. Siamo in un periodo storico completamente diverso: l’olandese giunge in Giappone alla metà del ‘500. Il capitano, dopo numerose traversie, lascerà il suo lavoro per la Compagnia delle Indie e assieme a sua moglie Netsaki e al figlioletto Aikyo si imbarcherà verso il Mar cinese orientale alla ricerca di fortuna…
 Due storie lontane nel tempo e nello spazio, ma legate da un filo rosso: quello della “grazia sufficiente” in cui la salvezza futura si esplica nelle vicende presenti dei due protagonisti alla luce di un disegno di cui nessuno conosce il perché e la cui trama è svelata solo in controluce lasciando la possibilità al lettore di cogliere i nessi possibili. Giancarlo Micheli ci regala un romanzo complesso: lo stile è prezioso, raffinato, erudito. Il plot è incalzante e denso di continui rimandi che rendono la narrazione round robin. La conoscenza dell’autore del mondo orientale non fa che incuriosire il lettore e offrire continui spunti per approfondire la nostra conoscenza di una cultura così lontana da quella che permea la nostra vita quotidiana. Passato e presente si mescolano e si amalgamano con sapienza. Micheli si rivela una voce interessante e non banale del nostro panorama culturale.
Serena Adesso


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un video tratto dal capitolo IX del romanzo "La grazia sufficiente" (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli; lettura di Ilaria Pardini

lunedì 4 luglio 2011

Micheli: La grazia sufficiente

Micheli: La grazia sufficiente

recensione pubblicata sulla rivista
Erba d'Arno (n.123, inverno 2011)

 «Di tutte le cose che soddisfano i suoi bisogni l’uomo attribuisce il maggior valore a quelle che meno gli sono indispensabili». È uno dei tanti aforismi che punteggiano il testo di Micheli. È un aforisma dal sapore orientale, quasi una massima confuciana, ma è anche una sentenza occidentale, che contiene una critica implicita al capitalismo che in occidente ha avuto i propri albori. Due personaggi: un giapponese Taisho, che studia per conformarsi al modello occidentale, e un olandese, Baruch, che vivrà in Giappone ed assumerà gli usi e i costumi del luogo. La scena principale del romanzo è posta a Nagasaki, città che, a distanza di pochi anni da quelli in cui si svolgono le vicende narrate, rappresentò il punto di impatto più devastante nell’incontro tra Occidente e Oriente.
 Il libro offre un ricchissimo campionario di tali luoghi d’incontro e rovesciamento, uno dei quale è proprio la ricchezza, intesa in senso occidentale, sotto la categoria della quantità, ma non disgiunta da una correlativa accezione orientale, quale ricchezza interiore e dissipazione di essa. La ricchezza è anche la cifra più evidente della concrezione stilistica dell’opera. Quello del Micheli è uno stile ricercato, minuzioso, alto, dove ricorre un continuo utilizzo di vocaboli desueti, non perché arcaici ma perché esclusi dall’uso quotidiano della lingua; vi emerge un tentativo di riportare la nostra lingua a una ricchezza che le è propria, giusto in un momento in cui si sta, ovvio costatarlo, terribilmente impoverendo. La grazia sufficiente è il terzo romanzo del Micheli; chi conosca i precedenti sa delle difficoltà che si incontrano nell’affrontarne le prime pagine, e sa anche del piacere che si prova ad andare avanti, sa della facilità con cui, una volta che si sia acquisita familiarità con i modi narrativi dell’autore, si voglia impazientemente arrivare all’epilogo e come, guardandosi poi indietro, si rimanga estremamente grati alla ricercatezza e al non svilimento di parole che costituiscono il valore della lingua italiana. Tipico dello stile del Micheli è un continuo, quasi ossessivo, accoppiamento di sostantivo e aggettivo, spesso di sostantivo e aggettivi. Scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: «Anche se proviamo un palpito di gioia a trovare un aggettivo accoppiato con riuscita a un sostantivo, che mai si videro insieme, non è stupore all’eleganza della cosa, alla prontezza dell’ingegno, all’abilità tecnica del poeta che ci tocca, ma meraviglia alla nuova realtà portata in luce». Il valore della prosa del Micheli risiede esattamente nella capacità, dispiegata in ogni frase e in ogni periodo, di portare alla luce nuove realtà, dapprima linguistiche ma che si trasformano, poi, in nuove realtà prettamente percettive. Alla conclusione della lettura di un romanzo di Micheli traiamo una percezione dell’esistente estremamente più ricca di quanto ci era compagna prima.
 Anche dal punto di vista narrativo riscontriamo una analoga abbondanza di temi e di strutture. Due personaggi indipendenti, l’uno reincarnazione dell’altro, forse, si incontrano in maniera sfumata, in sogno, un ricongiungimento onirico. Si incontrano nuovamente, forse, nel capitolo conclusivo. Tutto ciò avviene in forme e stati di coscienza molto vicini a quelli che Esiodo attribuisce a Hypnos, figlio della Notte e fratello della Morte. Qua il sogno è soglia privilegiata tra la realtà presente ed una ulteriore. In tal senso si potrebbe dare allo stile di Micheli la definizione di realismo onirico, così come di onirico realismo si compone la narrazione della Cabala. Anche nella struttura narrativa de La grazia sufficiente ritroviamo due serie parallele e tra di loro intrecciate: ancora una volta Occidente, nella precisione linguistica e dei riferimenti culturali, e Oriente, nei concetti portanti di possibilità e dissipazione. Talvolta sembra che la storia prenda una certa via, ma subito dopo ne imbocca invece una diversa e non prevedibile. Personaggi che sembrano poter essere coprotagonisti svaniscono poi nel nulla, proprio come nel sogno, proprio come nella vita, nella realtà. La cifra che caratterizza i personaggi del romanzo e le loro relazioni non è l’equidistanza, di consuetudine e stampo occidentali, bensì la equiprobabilità; non è la mezza misura, la medietas, la mediocritas, ma piuttosto una fluttuazione attiva, un movimento che si dispiega di nuovo come in sogno, ancora una volta come nella realtà. Il movimento nella filosofia orientale è un processo, una via; la parola Tao significa ciò: la via. Il filosofo taoista Meng Zi scrisse: «Si lede il Tao se ci si attiene all’uno, se si accoglie un principio e se ne trascurano cento».
 La logica del discorso filosofico orientale non è di tipo razionale (ratio), che ripartisce, ma è una logica sfumata, che si gusta e si lascia sciogliere sulle papille gustative della mente o dell’anima. Nel pensiero orientale esiste il contrario della verità, ma non è, come in occidente, la falsità; è piuttosto la parzialità. Non vero è ciò che non riesce ad abbracciare tutte le possibilità dell’esistente. Si tratta, dunque, di un tipo di logica del tutto contraria a quella esclusiva (non contraddizione, terzo escluso) su cui si fonda il pensiero occidentale da Aristotele in poi. Tale logica è invece inclusiva, ogni possibilità è mobile e fluttuante, e ricompare ovunque lungo tutto il romanzo di Micheli. Auguste Blanqui, rivoluzionario nizzardo che fu internato nella prigione dello Château d'If in seguito al fallimento della Comune di Parigi di cui era stato membro, ebbe un’idea assolutamente orientale, che più tardi Nietzsche riprese nella propria concezione dell’eterno ritorno e che può rischiarare bene l’intreccio narrativo adottato da Micheli. Scrive Blanqui nel breve saggio del 1871 L’éternité par les astres: «Esiste una terra in cui ogni uomo segue la strada che il suo sosia ha disprezzato nell'altra. La sua esistenza si sdoppia in due globi diversi, e poi si biforca una seconda, una terza volta, migliaia di volte. Possiede così dei sosia identici e incalcolabili varianti di sosia, che sono la stessa persona moltiplicata, ma che condividono solo dei frammenti dello stesso destino. Tutto ciò che si sarebbe potuto essere quaggiù, lo si è altrove, da qualche altra parte». Un’idea visionaria e terribilmente affascinante: altrove continuano a vivere le possibilità che qui abbiamo scartato. Questo sapiente utilizzo del concetto di possibilità è anche il merito che si deve dare a un libro come La grazia sufficiente, al cui autore dobbiamo essere grati per un testo di tanta ricchezza in un momento di così buia povertà culturale, un testo tanto ricco da dissipare, tanto onirico da mostrare che il reale è costituito da molteplici e diversi possibili.
Stefano Busellato



dal capitolo IX del romanzo "La grazia sufficiente" (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli; lettura di Ilaria Pardini

Il mito americano tra sogno e realtà

Il mito americano tra sogno e realtà


recensione pubblicata sulla rivista
Quaderni di Farestoria (anno XII - n.3, settembre-dicembre 2010)

 
 Poeta e scrittore, ma anche critico e traduttore, ricercatore aperto alle sollecitazioni delle più diverse tendenze e dei multiformi linguaggi dell’arte contemporanea, Giancarlo Micheli , viareggino, è un artista “per vocazione”, come lo definisce il decano Manlio Cancogni che nella prefazione a questo suo secondo romanzo, Indie occidentali, ne sottolinea la “meticolosa cura artigianale” della scrittura.
 Una qualità di cui Micheli aveva già dato prova nella sua ‘opera prima’ di ampio respiro, Elegia provinciale, pubblicata per i tipi della collana Mediterranea dell’editore Mauro Baroni di Viareggio nel 2007.
 Allora la vicenda, fra storia e finzione, ruotava tutta attorno alla vita del maestro Giacomo Puccini e alle ‘sue’ donne (la moglie Elvira, la focosa Fosca, la giovane Giulia, l’affascinante Sybil) – soprattutto attorno ai dubbi angoscianti sul suicidio della servetta Doria Manfredi, che con quel gesto intendeva affermare la propria illibatezza.
 Era quindi un romanzo storico e biografico, una love story, un’analisi di coscienza e delle coscienze, infine un vero e proprio romanzo giallo che sulle rive del lago di Massaciuccoli si consumava in un sapiente gioco di equivoci.
 E Puccini, – ora al Metropolitan di New York per riscuotere, pagato il prezzo della “vita della ragazza”, il “meritato successo”, per sé e per lei, alla prima della Fanciulla del West il 10 dicembre 1910 –, è il pretesto per accendere i riflettori sulla simbolica e “bronzea figura” della statua della libertà che vicino a Ellis Island accoglie le speranze di “quanti tessono la trama del mondo possibile, l’arte alla vita”, come si legge nella dedica.
 Si tratta di una giovane coppia di sposi, Erminia e Aurelio, emigranti nell’America del sogno utopistico all’inizio del ’900, sullo sfondo dello sfrenato sviluppo industriale e delle lotte sindacali degli Industrial Workers of the World.
 Una vicenda umana, come quella di tanti “disperati” che “avevano voluto venire all’america, imbarcati nelle stive, nelle sale macchine, nelle pance gravide dei bastimenti” (p. 36), seppure mitigata dal fatto che al loro arrivo i due protagonisti hanno le possibilità economiche per gestire un piccolo bar in Mulberry Street a Manhattan, anche se il quartiere non è dei più raccomandabili e la clientela è fatta di diseredati “scavezzacollo”:

Li aveva presi il vento, quello dei fortunali d’inverno, che porta via nel suo turbine stregone armenti e lupi, e li trascina lontani, al di là delle montagne azzurre. Se ne erano partiti con la dote dei bei corredi di lino, che le donne di casa sbrigavano dai tiretti del canterale, cosicché tutto un brivido di lavanda infebbrava la purezza degli imenei, e li inghirlandavano i fiori del pesco e l’aurifera primavera dei sessi. L’america era stato agio e intravisto splendore, conquistato diritto a sfilare per viali di opulento gaudio, tangenti a paradisi di anglofoni numi (p. 17).


 Ma anche disumana, perché la loro “ingenuità” e “ignoranza delle dinamiche violente e spietate che informano i rapporti nella comunità che li accoglie” (e Aurelio sa bene che “oramai era giusto che sui treni ci salisse da mascalzone quale aveva scelto di essere”, p. 63) saranno punite dal racket con l’attentato al bar e con l’incendio della loro modesta, ma dignitosa casa popolare in cui muore la mamma di Erminia. Dovranno, allora, emigrare ancora e, questa volta, lottare per sopravvivere: prima, negli stockyards (i mattatoi) di Chicago e poi, nelle industrie tessili di seta a Paterson nel New Jersey.
 In questa altalena tra bene e male, fiducia e sfiducia, entusiasmo e depressione, i due ragazzi si rendono conto di quanto fosse “sottile l’argine che proteggeva la serenità di ciascuno dalla marea della disperazione e della miseria” (p. 73) e approdano: lui, alla fede politica e alla partecipazione attiva all’azione del sindacato “affinché a Eugenia [la loro bambina ancora piccola] fosse accordato un futuro diverso, e più felice” (p. 167); lei, alla fede scientista della Church of Christ, dove il calore umano e la comprensiva accoglienza le fanno assaporare il diritto a una vita libera e indipendente, di Verità e di Amore.
 La finzione narrativa, che con un finale a sorpresa si concluderà proprio a Ponte a Moriano, nella Valle del Serchio lucchese, dove era iniziata una trentina di anni prima (ma tutta l’azione ha sempre un andamento circolare, anche in America dove da New York si torna a New York!), e la documentazione storica, incentrata sull’idea di democrazia libertaria internazionalista e rivoluzionaria del movimento sindacale operaio e ricostruita soprattutto sull’attività dei setaioli di Paterson tra il ’12 e il ’13, sono i due capisaldi con cui Micheli si prefigge


di districare il roveto dei fatti a partire dalle radici reali di un’esistenza possibile, portatrice di una sua essenziale ricchezza di gioia e di dolore, unita alla catena di una durevole trama, i cui anelli non siano deboli e forti, bensì irripetibili e originali, come in verità sono stati ogniqualvolta l’uomo è sorto all’essere nelle sue azioni (p. 96).


 E lo fa riuscendo ad amalgamare, nel fluire del racconto, il linguaggio quotidiano dei protagonisti con le espressioni del loro dialetto d’origine fuso talvolta ad un inglese approssimativo e sgrammaticato (p.e.: “Goodnight Aurelio, m’astu portà li sghei?” o “you shall bring me a whole of cheese, if you has got… per la mi’ socera, che delle cose di qua non ne vol mangiare”, p. 22) e, contemporaneamente, ad intercalare nel discorso l’uso – quello suo proprio, che lo connota – di una sintassi complessa e di un lessico ricercato, cioè di un registro dai toni elevati e solenni che conferiscono preziosità alla prosa e spessore allo stile:


La mamma l’attendeva – Erminia non aveva dubbi –, la attendeva impaziente di affidarle nelle braccia la bimba, tutta infagottata e olente di giulebbe, la attendeva per compiere quel gesto altero, con sufficienza di levatrice d’anime. Dopo che avesse fatto scricchiolare tutto il rosario delle ossa annose, sollevandosi dalla poltrona imbottita, la mamma avrebbe detto “l’ho cullata tutta la sera. Sta bimba ‘un piange mai; averemo d’apprendeglieli noaltri i dispiaceri” o qualcosa del genere, ma sempre con la voce burbera e chiotta, e forse avrebbe aggiunto “di costì, ‘ndove m’avete volsuto acciottorare, ‘un c’è la vita vera… ‘un c’è da pigliassi dell’embrioni” e avrebbe concluso strozzando nella gola un risentito cachinno, che era quel che a Erminia spaventava di più, anche di più che non tutti i discorsi sul povero babbo buonanima o sui terreni di Ponte a Moriano (p. 18).


Disinvolto narratore eterodiegetico, Micheli interviene sternianamente nell’opera in prima persona solamente per ricordare al lettore quando è ambientata la vicenda (“Si ricordi […] Mi propongo […]”, p. 96) e per riflettere sulla maniera più giusta di “raccontare” un personaggio scomodo come il vecchio padrone Catholina Lambert (p. 125).
 Al tempo stesso, però, si dimostra un perfetto direttore onnisciente, essendo capace di armonizzare la realtà e il sogno in descrizioni di forte impatto impressionista.
 L’oggettività della narrazione storica, che si pone come background e framework della vicenda e nasce da un’accurata e minuziosa documentazione condotta al limite dell’ossessione, porta sulla scena tante figure reali: il romanziere progressista Jack London, l’animoso giornalista radicale John Reed, l’anarchico sindacalista Carlo Tresca, il dirigente degli Industrial Workers William Dudley Haywood (più noto come ‘Big Bill’), l’intellettuale e filantropa Mabel Dodge Luhan, l’editore della rivista «The Masses» Max Eastman e, last but not least, il maestro Puccini.
 Sulla storia, con abile maestria, Micheli innesta l’incanto della fantasia nel cammino evolutivo di due soggetti ‘innamorati’, di una figlia bambina che inaspettatamente ritroviamo signorina nell’ultimo capitolo, e di una folta schiera di comparse (hobos, lavoratori occasionali e nomadi; tramps, barboni e non lavoratori; bumps, fannulloni e ubriaconi) e coprotagonisti più o meno flat (Ernesto, Venanzio, il Sor Clemente, il capitano Burns, il caposquadra Nathaniel) o round (la spigliata e determinata Sophonisba, l’irrequieta e affascinante Olga e suo padre Pietro Botto), secondo le categorie di forsteriana memoria e le necessità imposte dalla partitura.
 Il romanzo storico si fonde, allora, con quello di formazione e si distende nell’aspirazione di Erminia e Aurelio alla stima e considerazione umana all’interno dell’eterogeneo ma solidale gruppo sociale d’appartenenza e nella ricerca della consapevole capacità di denunciare, senza violenza, attraverso la produzione di una pièce teatrale (dove echeggia l’epilogo della Tosca pucciniana), l’oppressione che le nuove classi operaie cosmopolite subivano in America prima di poter affermare il loro diritto alla “dignità per ciò che erano e per ciò che sapevano fare” (p. 165).
Fabio Flego

bol



dal capitolo XLV del romanzo "Indie occidentali" (Campanotto editore, 2008) di Giancarlo Micheli; lettura di Paola Lazzari

venerdì 11 marzo 2011

"La grazia sufficiente" di Giancarlo Micheli (Campanotto, 2010)

recensione pubblicata sulla rivista
La Mosca di Milano - intrecci di poesia, arte e filosofia (n.23, dicembre 2010)


La grazia sufficiente di Giancarlo Micheli (Campanotto editore, 2010)

 Se è vero che l’arte, come scrisse Vasilij Kandinskij in Dove va l’arte nuova (1911), è sempre figlia del suo tempo e madre dei nostri sentimenti, l’ultimo romanzo di Giancarlo Micheli, La grazia sufficiente, è vivo sembiante della sua e nostra sensibilità. L’associazione arte-opera letteraria si è presentata in tutta la sua immediatezza e spontaneità durante la lettura del testo, stilisticamente caratterizzato da un naturalismo e da un astrattismo lirico non lontani da quello del già citato Vasilij Kandinskij, il cui simbolismo romantico riecheggia in tutto il libro, peraltro non immune da una certa qual vena surrealista.
 La potenza evocativa di un linguaggio colto ed essenziale dà luogo ad ambientazioni e personaggi dai cromatismi puri al limite del sovrasensibile, che affiorano da una dimensione spazio-temporale immaginifica, realizzandosi sul piano visivo come delle vere e proprie sequenze cinematografiche, delle cui tecniche il Micheli mostra di essere profondo conoscitore. Cito, per tutte, i flash back di una delle scene iniziali del prologo, nella quale il capitano olandese Baruch Dekker, uno dei due personaggi principali – l’altro è il giapponese Taisho –, fa naufragio con il suo galeone, il Tweede Liefde, di fronte al Golfo di Nagasaki, luogo in cui è ambientato il romanzo.
 Le vicende narrate si dipanano sul piano della contemporaneità di due serie di eventi, seguendo un processo metastorico in cui l’oida individuale si integra con quella universale, secondo i canoni dell’epos tragico e del mythos. L’usciere di seconda classe Taisho vive infatti in tarda epoca moderna (prima metà dello scorso secolo), mentre l’esistenza del capitano Baruch Dekker si svolge durante la prima metà del XVII sec. Due “Odissee” parallele, che culminano nella catarsi, attraverso le derive della vita, il cui simbolo è proprio il naufragio, che porta Baruch Dekker ad approdare sulle coste del Giappone e conduce Taisho ad una vera e propria rinascita simbolica alla vita dopo che, tornato dal fronte cinese, privato di ogni affetto e alieno da ogni senso di appartenenza, perdutosi così nel mare dell’esistenza, tenterà di annegarsi nelle acque del porto.
 L’intera storia illustra l’affermarsi della sacralità dell’archetipo umano, e cioè la notevole variante del mistero dell’essere, che è superficie di inesauribile profondità. Lungo tutta la vita andrà alla ricerca dell’illuminazione spirituale il capitano Dekker, inconsapevole di tale sua ricerca, alla stessa stregua di Taisho o di qualsiasi altro uomo. Egli la riconobbe una volta nella sua amata Netsuki, nella cui stessa etimologia onomastica si cela una sottile valenza gnoseologica. Essa è la Luce della Sapienza, che amorevolmente guida e sostiene gli esseri umani durante la loro esistenza. E anche Taisho la scorgerà in sogno.
 All’entrata del Delphinion gli antichi greci apposero una lapide che ammoniva chi si recava a rendere omaggio alla divinità, Apollo appunto: Gnothi Seautòn, conosci te stesso, così come anche il maestro Aguri, usciere di prima classe, dice rivolgendosi a Taisho: “Ciò che sai riconosci di saperlo, ciò che non sai riconosci di non saperlo. In ciò consiste tutta la sapienza”.
 Questa La grazia sufficiente, alla cui chiamata si può resistere ma solo se la si è già trovata, Enchiridion di luce.
Roberta Raggioli

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dal capitolo X del romanzo "La grazia sufficiente" (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli; lettura di Ilaria Pardini

Sovranità e rivoluzione

articolo pubblicato sulla rivista
Arcipelago (n.54, marzo-aprile 2011)


Sovranità e rivoluzione


 Dal 1943 al 1947 – negli anni, tempestosi e tragici, durante i quali la nazione si scrollò di dosso l’ombra e gli artigli del regime fascista, il cui spettro non lesinò in seguito di incupire le già di per sé oscure, inibite al sogno non meno che alla fantasia, vicende dell’oramai adulta Repubblica italiana – i governi* che precariamente si succedettero nel calloso compito di dare forma e sostanza istituzionali allo Stato mentre gli eserciti degli schieramenti sovietico e anglo-americano venivano a contatto inghiottendo il mostro nazista, tali governi dovettero trattare la cessione di non esigue e rilevanti porzioni del sacro suolo della patria. Del Regno d’Italia, che, con buona pace di tutti i cittadini cui, del resto, ancora oggi auguriamo sia infine garantita reale e libera sovranità, riposa – e auspichiamo per sempre – sotto la lapide marmorea della storia, si celebra il prossimo 17 marzo il centocinquantenario dalla proclamazione.


Unità e molteplicità della nazione

 A quel primo e del resto limitato conseguimento unitario, giacché la liberazione delle Venezie dal dominio asburgico e quella di Roma dal potere temporale pontificio avverranno con qualche anno di significativo ritardo, si giunse sul finire dell’inverno del 1861, presso la sala dell’assemblea del primo parlamento nazionale, convocata a Torino e preceduta dalla serie di plebisciti con cui i vari resti lungo la penisola di un potere aristocratico più oscurantista che illuminato erano andati ad annettersi alla monarchia sabauda. Le laceranti questioni dell’unificazione linguistica, economica, sociale, rimandavano la propria soluzione ad un futuro che, in parte consistente, ha ancora oggi da compiersi. Nell’Italia risorgimentale le fazioni politiche progressiste, quali la mazziniana, frutto ed espressione di settori di una borghesia nazionale in pubertà, escludevano recisamente di affrontare i problemi sociali quali necessari presupposti all’ottenimento dell’unificazione politica; le componenti liberali, maggioritarie all’interno della borghesia, propendevano d’altro canto all’alleanza di interessi con la nobiltà agraria. Da una parte l’abile gioco diplomatico di Cavour, che valse l’appoggio alla causa italiana prestato da Napoleone III, e dall’altra l’impresa di Garibaldi concretizzarono le ambizioni e le scelte delle due tendenze antagoniste e guadagnarono al regale cranio di Vittorio Emanuele di Savoia la corona di Re d’Italia. Agli albori della propria storia, dunque, la classe politica che avrebbe poi retto le sorti della nazione attraverso ben note e tristi vicissitudini si fregiò di catastrofiche tardività e avventatezze. Delle contraddizioni sociali, che pure erano deflagrate nelle rivoluzioni europee del 1848 e che si riaccesero impetuose con la Comune di Parigi del 1871, nei cui torbidi fu travolto, secondo uno dei non infrequenti sarcasmi della nemesi storica, proprio quel Luigi Napoleone che era stato il magnanimo e cauto tutore dell’indipendenza italiana, della loro portata epocale la consapevolezza si impresse solo in forme tenui e sbiadite negli intelletti illustri dei padri della patria e della sorgente classe politica nazionale. Non mancarono certo eccezioni, le quali tuttavia furono emarginate in ragione della prudenza dei tempi e delle indoli, in conformità a una consuetudine che nel prosieguo della storia politica italiana permise, tra numerose e non poco determinanti transigenze, che, una volta instaurata la dittatura fascista, la cultura di opposizione a lungo non avesse armi per controbatterla al di là di un esule oltranzismo e di un remissivo Aventino**. Tale classe politica neppure durante la pur propizia stagione della Resistenza poté emendare del tutto le origini elitiste e congiuratorie che tanto pernicioso effetto ebbero nel favorire l’attecchimento della mendace ideologia fascista presso larghi e trasversali strati della popolazione. Fino ai nostri giorni lo sporco gioco della politica di potenza degli Stati imperialisti ha, quindi, continuato a trovare i propri adulti e professionali agenti tra gli eredi di Cavour e di Mazzini, non meno che tra i fedeli osservanti del cristianesimo democratico o tra gli integerrimi seguaci del socialismo di Stato.


Per un’economia generale e umanista

 In una serie di saggi***, che elaborò dalla metà degli anni ’30 alla metà dei ’50, il filosofo Georges Bataille propose di riformare i fondamenti dell’economia classica, legati all’impiego utilitario delle risorse produttive, alla luce di quella che definì notion de dépense, il concetto di dispendio improduttivo. Lungo un erudito e sapiente excursus antropologico, pensato quale ripresa a rovescio della fenomenologia dello spirito hegeliana, egli individuò le origini della sovranità nei doni suntuari (potlàc) che i monarchi delle primitive organizzazioni statali offrivano ai sudditi, nell’occasione di feste di ordine religioso e celebrativo, quali manifestazioni di regale magnificenza, ad immagine dell’irradiazione solare che offre alimento sovrabbondante alla crescita della vita sul pianeta. Nel soggetto regale, portatore della sovranità, il suddito proiettava, alienata, la propria. Se la civiltà borghese, rispecchiata nell’ideologia dell’illuminismo e nelle teorie dell’economia classica, iniziò una parziale emancipazione dalla sovranità arcaica, il marxismo e i movimenti di liberazione proletaria, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, operarono un passo decisivo nel ridurre la soggettività umana all’opera utile e alla produzione dei mezzi di produzione; il dispendio riaffiora comunque, fino al presente, nei fasti del consumo e del prestigio individuale, sebbene ogni giorno più mortificanti, nella guerra, nonché nella rivoluzione, alla quale non potranno mancare, oggi meno che in passato, quegli elementi di festa e di sovrabbondanza che riposano alle sue origini.


Desideri e realizzazioni

 La più desiderabile celebrazione del centocinquantenario del Regno d’Italia verrebbe a chi vive oggi nella Repubblica che da esso si emancipò, con tanto lutto e cordoglio, circa sessanta anni fa, verrebbe nel completare tale opera di emancipazione, la quale non potrà essere che soggettiva e collettiva, portatrice di una parte di gioia e di sovrabbondanza che sia determinante e umana.
Giancarlo Micheli

*    Pietro Badoglio (25 Luglio 1943-8 Giugno 1944); Ivanoe Bonomi (18 Giugno 1944-19 Giugno 1945); Ferruccio Parri (21 Giugno 1945-8 Dicembre 1945); Alcide de Gasperi (10 Dicembre 1945-17 Agosto 1953).
**  Fu dato questo nome alla secessione parlamentare (27 Giugno 1922) dei deputati di opposizione al governo Mussolini, deliberata come atto di protesta contro l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti ad opera delle milizie fasciste. Il nome scelto faceva riferimento alla lex Icilia de Aventino publicando (456 a.C.), la quale sancì che l’area del colle Aventino fosse distribuita alla plebe romana per la costruzione di case e sottratta alle mire dei patrizi, in merito alle quali ignoriamo se potessero essere, già in quel remoto passato, speculative.
*** La Part maudite : Essai d'economie generale,  Editions de Minuit 1949 (tr. it. La parte maledetta, Bollati Boringhieri 1992); L’Histoire de l’érotisme, Gallimard 1976 (tr. it. Storia dell’erotismo, Fazi 2006); La Souveraineté, Gallimard 1976 (tr. it. La sovranità, il Mulino 1990).

lunedì 13 dicembre 2010

Le stagioni della protesta

articolo pubblicato sulla rivista
Arcipelago (n.52, Novembre-Dicembre 2010)
 


Le stagioni della protesta


Durante gli ultimi giorni soleggiati del mese di settembre, mi è capitato di rileggere il testo del seminario XVII che Jacques Lacan tenne alla Facoltà di Diritto dell’Università di Parigi dal dicembre 1969 alla primavera dell’anno successivo.


Debiti e crediti per una coscienza di specie

Un anno prima l’università francese era stata scossa dai venti della protesta, i quali, stando alle testimonianze del cui peso e della cui leggerezza altri ci hanno caricati, continuavano a soffiare con un certo vigore. Tra le conquiste che il movimento studentesco aveva allora strappato al governo Pompidou c’era stata quella dell’istituzione di corsi sperimentali, dove una università critica potesse muovere i primi passi sulle antiche acque del sapere. Presso la località di Vincennes, alle porte della capitale, l’esecutivo aveva prescelto una sede che, non forse a caso, era stata in precedenza adibita ad accogliere uffici della burocrazia militare. Qua Lacan intrattenne una composita folla di centinaia di studenti con quelli che chiamò Quattro improvvisi, nell’intenzione di svilupparvi un discorso in esplicito contrasto con quello svolto alla Facoltà di Diritto. L’Associazione Psicoanaltica Internazionale, di rigida osservanza freudiana, aveva da poco espulso Lacan a causa delle sue tesi eterodosse e, verosimilmente, proprio in ragione di ciò egli aveva trovato occasione di esporle negli ambiti consentiti dall’istituzione universitaria. A Vincennes la contestazione, memore di egualitarismo giacobino, investì anche le sue lezioni. Incalzato dai contraddittori Lacan tirò in ballo, non è facile stabilire con quale pertinenza, le unità di valore, il sistema di valutazione degli studenti, basato su un punteggio di debiti e crediti, che era entrato da poco in vigore proprio in virtù delle proteste studentesche. Il colloquio a più voci che ne scaturì nell’aula di Vincennes passò attraverso fasi che, a rileggerle, disvelano uno stile ed un senso umoristici: una voce provocatoria si leva per proporre che la lezione si trasformi in un “love-in selvaggio” (evidentemente tali espressioni erano allora in voga), un’altra chiarisce invece che gli studenti dovrebbero uscire dall’università per unirsi, su posizioni rivoluzionarie, ai contadini e ai lavoratori, Lacan ribatte con una riflessione sul posto che l’università occupava nella società sovietica, quella del socialismo reale; in un generale trambusto si lanciano accuse, si azzuffano ancora, faticano a trovare una conclusione che non sia incoerente o incompleta, che li motivi a sospendere la riunione. Il sistema dei debiti e dei crediti li ha intrappolati nelle sue conseguenze, proprio come in un dramma di Beckett o come accade alle immagini impresse su una pellicola di Buñuel.
Il sistema dei debiti e dei crediti, del resto, non suona affatto estraneo al discorso del capitalismo, che Lacan, nell’elaborazione psicanalitica, riconobbe fondato sulle basi di quello che definì discorso del padrone. Traducendo in una forma che ben intuisco possa risultare approssimativa: il padrone mette al lavoro il servo affinché dal saper fare di lui possa estrarre il proprio godimento, da trasformare in una verità da padrone. Anche in ciò non manca dell’umorismo, a giudicare dagli effetti: grandi tours, grandi globalizzazioni, grandi piroette, un gran mordersi di code; la economica miseria del prestigio. Tutto ciò esige il passaggio ad un’altra coscienza, ad un’altra verità, chiede la “sortie de l’usine capitaliste”, l’uscita dall’inabitabile opificio arredato di tutto il suo apparato pedagogico, che riduce gli adulti all’infantilismo e destina i bambini a disilluse precocità.
Un debito di intelligenza, che oggi paghiamo tutti con l’aridità dei cuori e l’angustia delle prospettive, la nostra epoca infingarda lo ha in effetti contratto con quella ormai lontana degli anni ’70. Il fatto che intellettuali che assumessero allora posizioni coraggiosamente critiche delle strutture simboliche e materiali del capitalismo non fossero risparmiati dalla contestazione è, senza dubbio, indice di una vitale pulsione trasformatrice che animava la società e gli individui, non solo di una pur reale inadeguatezza delle coscienze al compito pratico che la situazione storica poneva. Quello di Lacan non fu l’unico caso. Sorte analoga toccò, ad esempio, a Michel Foucault, il quale pure andava sfatando i miti dell’ideologia borghese e del loro decorso storico; chi abbia tempo per sincerarsene legga almeno il breve saggio La volontà di sapere (Feltrinelli, 1978), dove sono illustrate le funzioni di controllo sociale svolte, ben fino al presente, dalla proliferazione dei discorsi sulla sessualità di cui siamo debitori all’epoca dei lumi, al settecento della rivoluzione borghese.


Una valutazione dei danni e delle nocività

Ben umoristica, ben più beffarda di ogni hegeliana astuzia della ragione, è la tardività liberale con cui sistemi di valutazione che erano sperimentati in lontani anni di fermento e di rivolta vengano poi adottati nelle istituzioni scolastiche di paesi più arretrati quali il nostro: a distanza di decine d’anni. Non è che un esempio preso tra tutti i catastrofici ritardi che l’ordine capitalista accumula ovunque nell’affrontare ogni questione che riguardi in profondità le nostre vite, ogni questione strategica, a voler usare il linguaggio tecnico della politica reale, che per nostra fortuna la tradisce. Per loro, per quanti prendono, o non prendono, le decisioni che gravano sulle nostre spalle e le nostre teste, il tempo è garantito dall’accumulazione del capitale: hanno sempre qualcuno da pagare perché perda il proprio tempo in vece loro, cosicché essi possano dedicarsi anima e corpo a custodire ciò che è morto e sepolto, tutto ciò che toccano, come del resto già si faceva ai tempi di re Mida. Simili pensieri potrebbero, quantomeno nella testa di alcuni, rimettere le lancette dell’orologio della storia, rimetterle in una posizione dove la coscienza sia, all’unisono, storica e contemporanea. In ogni istante si tratta di prendere in mano le proprie vite, nel punto in cui si è giunti per andarsene. Mi auguro che tali riflessioni possano iniettare almeno un poco di benefica ansia nell’animo di quanti soggiacciono alle tecniche di manipolazione del tempo e della percezione, delle quali si fa forte l’attuale dominio di ciò che è morto su ciò che vive, a quanti, ad esempio, si perdono nei labirinti dell’attuale politica, quella delle democrazie parlamentari imperialiste, nei quali labirinti si corre, senza accaldarsi poi tanto, da destra a sinistra e da sinistra a destra, per conservarsi immobili nella medesima impotenza.
Alla fine tutto converge, comunque, ad una questione di stile: si vede bene quanto essa non possa essere elusa allorché si debba decidere se la protesta assumerà un carattere violento ovvero pacifico. In ogni caso, non potrà viversi senza pagare un prezzo che valga meno della vita stessa. Così è. Soltanto dopo di noi, in un modo che ancora diversamente sfugge a ciascuno e della cui mancanza soltanto dobbiamo considerarci non già colpevoli ma senza alcun dubbio in difetto, soltanto dopo di noi la rivoluzione può essere compiuta, e le cose staranno, allora, diversamente. Detto in maniera tanto esortativa quanto icastica: responsabilità verso le generazioni future, gli uomini e le donne del futuro. Per non mancare al godimento del nostro amore e della nostra intelligenza presenti, è a loro che non dobbiamo farli venir meno. Viva l’autunno e viva la primavera; che presto si partecipi tutti, ciascuno secondo i propri bisogni e le proprie possibilità, alle loro nozze.
Giancarlo Micheli